foto e scritti personali

       

Paola Stella Rabozée

  • Rapaiola (Pieris rapae)

    Rapaiola (Pieris rapae)

    Una cavolaia minore, detta anche simpaticamente rapaiola, all’interno della veranda. Svolazza senza sosta sul vetro di una finestra.

    Non lo sapevo ma ci sono cavolaie maggiori (Pieris brassicae) e cavolaie minori (Pieris rapae): con dimensioni e preferenze alimentari diverse, si direbbe. Comunque, maggiori o minori, le cavolaie sono le farfalle diurne più comuni e non passano certo inosservate così bianche, luminose sul fondo verde della vegetazione.

    In questi giorni ne vedo spesso per il giardino: sono attratte soprattutto dalle spighe violette della lavanda e dai fiori a rosellina delle more selvatiche. Mi passano accanto rapide, come chi va di fretta per non arrivare tardi a un appuntamento; sicure del fatto loro, volano per lo più in senso orizzontale, zigzagando.

    Questo quando sono sole, perché quando incontrano un loro simile, un possibile partner, allora il movimento cambia: da orizzontale si fa verticale e le due farfalle, come una coppia di affiatati ballerini, volteggiando e inseguendosi l’un l’altra paiono salire su per i gradini di invisibili scale elicoidali.

    Osservo la cavolaia sul vetro della finestra. Per quanto si arresti solo per qualche secondo e poi subito riprenda ad agitarsi nel tentativo di trovare un varco, quasi di passare attraverso il vetro, noto che quando è a riposo, vale a dire con le ali chiuse una contro l’altra in posizione verticale rispetto al corpo, questa farfalla ha sì del bianco e i caratteristici puntolini neri delle cavolaie, però il colore predominante, sul rovescio delle ali posteriori (e anche sul rovescio apicale delle ali anteriori), è giallo pastello, anzi, direi giallo-crema-chantilly. Leggo che esiste un certo dimorfismo sessuale tra le cavolaie: la femmina presenta due macchie nere sulle ali anteriori, il maschio solo una o nessuna. Forse si tratta di una femmina ma, non essendo riuscita ad osservarla con le ali aperte, non sono sicura. Comunque sia, la lascio tranquilla: così come è entrata, sono certa che ritroverà la strada per tornare in giardino.

    … … …

    Mi sbagliavo: né ieri sera né questa mattina ce l’ha fatta a uscire dalla veranda ed è ancora lì ad agitarsi, a svolazzare frenetica contro il vetro della finestra.
    Non può continuare così, sarà esausta a quest’ora, non voglio che muoia, devo aiutarla.
    Grandi e pesanti, un po’ gonfie, un po’ doloranti, un po’ deformate dagli anni, le mie mani ripetono il gesto antico di quando erano piccole e nuove: con precauzione si chiudono intorno alla farfalla e la trasportano per un breve tragitto.

    Dalla balconata, dietro al cedro, le mani si riaprono. La prigioniera esita stanca, un poco stordita, poi spicca il volo, anch’esso dapprima esitante, di prova – come se la poverina non sapesse più dell’aria aperta e del vasto spazio. Per fortuna tutto, d’istinto, subito le ritorna e, volando, la farfalla riacquista sicurezza.

    Io la seguo con lo sguardo, seguo il bianco delle ali, lei fa prima rotta a sinistra, poi piega verso destra, si arresta su una pianta, compie una giravolta, avanza ancora verso destra, è incerta, io la seguo ancora con lo sguardo, lei si arresta su un’altra pianta poi vola più lontano, io seguo ancora il bianco delle ali, lei vola ancora più lontano, si tuffa nel verde: forse adesso è sui fiori bianchi dei rovi. Forse. Il bianco delle ali, nel verde, lontano.

  • Due rane tra l’erba
    Nella foto: tre esemplari di rana verde maggiore (Pelophylax ridibundus, «grenouille rieuse» in francese). La terza è a mollo sulla destra.

    Due rane tra l’erba

    Quando il tempo è bello e caldo, usciamo dal laghetto e ci crogioliamo al sole. Immobili, senza battere ciglio, im-bam-bo-la-te sembriamo due pietruzze, due smeraldi confusi tra il verde. 
    Ma no, mica dormiamo! Facciamo solo finta. Come molle, siamo pronte a scattare e gnam! trangugiare ogni piccolo, ignaro spuntino volante (se un paio d’ali, poverine, spuntano all’orizzonte).

    Due calosce di gomma verde oliva e due vecchie scarpe scalcagnate avanzano lente sul prato.
    – Guarda là, nell’erba: due rane! Che grosse! – dicono le calosce.
    – Sst… piano, camminiamo piano, non le disturbiamo – rispondono le vecchie scarpe scalcagnate e riguardose.

  • Ogni sera è diversa

    Ogni sera è diversa

    Ogni sera è diversa.
    Diversa la sciarpa di seta
    dai caldi colori cangianti
    che il sole getta sulle spalle.
    – Domani ritorno!
    – Sì, ti prego, ritorna.

    Anche questa giornata sta finendo
    e un dolore come spina di rovo
    come spina di rosa
    che punge qua dentro.
    Goccia a goccia i miei occhi
    s’imbevono di tramonto.

  • Sul prato Cornelia mi aspetta

    Sul prato Cornelia mi aspetta

    Sul prato Cornelia mi aspetta. Sì, aspetta proprio me. 
    Il petto e le zampe stanno in posizione frontale mentre la testa la tiene di profilo. Col suo occhio sinistro, solo con quello, mi guarda dritto negli occhi. Certo vede che sono seduta sulla sedia di metallo davanti alla porta finestra.

    Cornelia è puntuale. Atterra sul prato verso l’ora di pranzo e aspetta. Aspetta me che le do da mangiare. Cornelia ha fame. Io invece ho un tremendo mal di testa. Io non ho fame. Ho voglia di piangere, ecco. Ma non ci riesco. 

    Cornelia ora cammina sul prato. Ogni tanto si china, becchetta qualcosa, chissà cosa. Fa finta di niente lei, fa l’indifferente. Noncurante si allontana a passettini, poi si riavvicina, poi – Ma dov’è andata? Non la vedo più.

    Cornelia si è stancata di aspettare e se n’è andata. 
    Il sole era incerto, ora se n’è andato pure lui. Vedo oscillare i rami degli alberi. È il vento che smuove piano il paesaggio. Dietro, il muro bianco, impenetrabile, del cielo. I giorni come bolle leggere e trasparenti, bolle fatte di niente che salgono, si disperdono poi vorticano, vorticano nell’intimo, s’assottigliano e – puf! – scoppiano. Uno dopo l’altro. I giorni. Contro il muro bianco del cielo.

    Cornelia è tornata e becchetta sul prato come prima, come se nulla fosse. No, proprio non vuole darmi a vedere che aspetta. Lei sa che io so. E sì, mi aspetta ancora. Vado in cucina, qualcosa troverò pure da darle da mangiare.

  • Le due e quarantasette

    Le due e quarantasette

    Le due e quarantasette. Ancora due ore di luce. Qui in cucina ho messo a posto e adesso ho voglia di sedermi accanto alla porta-finestra per leggere un po’: il libro di Emily mi aspetta. No, prima devo andare a buttare l’organico nella compostiera. Vado e torno. 

    Infilo il vecchio cardigan di lana maschile con l’interno trapuntato (del babbo di M.?) sul maglione morbido grigio polvere di mio padre; la zip del cardigan la tiro su tutta fin sotto il mento, ai piedi metto le scarpe di gomma verde oliva e in mano tengo la vaschetta di plastica piena di bucce, torsoli, gambi, foglie vizze d’insalata, pallotte untuose di scottex nonché, in cima, un cartone vuoto delle uova e un rotolo, anch’esso vuoto, di carta igienica.

    Avanzo cauta sulla passerella di legno che con questa umidità – almeno al 96% – si fa scivolosissima. Meglio camminare tenendo i piedi a papera per avere maggior presa, come mi disse anni fa M., quella volta che si procedeva lungo un sentiero pietroso e scosceso per andare a vedere una cascata.

    Ora non piove. E non c’è un alito di vento. La nebbia stagna sopra gli alberi, il gelo morde la carne. Sui passi giapponesi che conducono alla compostiera, i passi giapponesi li sento sì sotto il piede, ma non li vedo proprio, tanto sono ricoperti da questo lustro, marezzato e viscido tappeto di foglie. Anche qua bisogna che prima o poi mi decida a passare il rastrello.

    Con il forconcino smuovo un po’ il compost per aerarlo, sporgendomi leggermente sulla compostiera. Tra il terriccio, le bucce di cipolla e la vedura marcescente, scorgo lo svoltolarsi lento, sincopato di qualche vermetto rosa. 
    – Bene. Bene che ci siete: lavorate e state al caldo. Mi scuso per avervi disturbati, spero di non aver infilzato e spappolato nessuno!

    Ritorno verso casa. Non piove e mi dico che non fa poi tanto freddo e che quest’aria frizzantina in fondo è gradevole: come tanti aghetti che mi punzecchiano.  Sono viva, sì, sono viva. 
    Ancora due ore di luce e se resto qua fuori è comunque più “giorno” che in casa. Ma sì, vado a prendere il rastrello nella rimessa. Riempirò queste due ore di foglie morte: ce ne sono ancora tante sul prato e meglio toglierle per far respirare l’erba, per fare più ordinato.

  • C’è un momento in cui la luce del lampione

    C’è un momento in cui la luce del lampione

    C’è un momento in cui la luce del lampione, laggiù nella strada, e gli ultimi bagliori giallognoli del sole, declinante all’orizzonte, s’incontrano.
    Un momento, voglio dire, in cui la tonalità è la stessa. Almeno, così mi sembra.

    Alle cinque e dieci di questo pomeriggio di dicembre fa già buio, a malapena vedo ancora dove ho messo il rastrello per le foglie. Carico tutti i miei attrezzi nella carriola; i guanti sono bagnati e le mani, strette intorno alle impugnature per spingerla verso casa, incominciano a intorpidirsi dal freddo.
    «È tempo di rientrare, qualcosa ho fatto, non molto, ma qualcosa ho fatto», mi dico.

    Le mug, colme d’acqua per fare il tè, ruotano imperturbabili sul piatto trasparente del microonde; la nera, vintage zuccheriera ottagonale di Arcopal e le bustine color crema dell’Earl Grey Tea attendono tranquille sul piano lucido della cucina. Mentre aspetto che il contaminuti suoni per recuperare dal forno le tazze bollenti e fumanti, sto in piedi davanti alla finestra, lo sguardo teso verso gli ultimi colori del giorno: una striscia luminosa di arancio pallido e di giallo inframmezzata da un tratto di blu polveroso – di sicuro una nuvola – anche lei allungata e tirata. Davanti, le sagome degli alberi, nere come ombre cinesi e il dilagare, da oriente delle tenebre, una boccetta d’inchiostro rovesciata.

    La luce del lampione in cima al suo obelisco di calcestruzzo cattura il mio sguardo. Da quanto tempo sarà accesa? Mezz’ora? Forse di meno, non saprei dire.
    Il sole se ne va e quella lucetta fissa a mezz’aria è lì ogni sera, pronta a dargli il cambio – per quel che può – in quel punto preciso della strada. Ogni sera puntuale. Ligia e fiera. Inamovibile. Rassicurante.

    Ormai c’è solo più lei, là fuori. Guardala: sgranata come un occhietto che veglia. L’occhio di un gufo. L’occhio di Atena. 
    –Tutta la notte? 
    –No, fino a mezzanotte. Poi, buio completo: anche il lampione si spegne, anche la sua palpebra cede al sonno.

  • Uno spicchio di luna iridescente

    Uno spicchio di luna iridescente

    Uno spicchio di luna iridescente
    sulla vetroceramica del piano
    cottura luna calante che stringe
    nella manina una penna la prima.
    Se scrivi ti stacchi dal buio sfondo?
    Se scrivi t’inarchi in arcobaleno?

  • Se la luce incontra la pioggia

    Se la luce incontra la pioggia

    Se la luce incontra la pioggia
    se la pioggia incontra la luce
    i colori – scissi e uniti – appaiono
    Contro tutto il nero del cielo
    per pochi istanti l’arcobaleno
    abbraccia la terra tremante

  • Settembrini (Aster symphyotricum)

    Settembrini (Aster symphyotricum)

    Settembre e i settembrini. I settembrini che colorano anche ottobre. Alcuni sono rosa pastello, rosa confetto; altri, i più, non proprio rosa ma nemmeno azzurri: boccioli fucsia che si schiudono in corolle ligulate lilla, viola grigio perlaceo, gridellino. E al centro di ogni vaporoso tutù, un piccolo sole giallo che poi evolve in tramonto arancio, un occhio stupito, un cuore semplice irresistibilmente bramato, carezzato, aspirato, bottinato da un continuo flusso ronzante di api, sìrfidi, bombi e farfalle.

    I primi settembrini vennero per conto loro, sul lembo di giardino davanti alla casa in cui abitavamo prima. Sconosciuti visitatori dall’aria schietta e dal portamento elegante, si tenevano impettiti in gruppetti familiari tra la ghiaia di porfido sparsa ai due lati del breve sentierino di lastre cementizie vecchie e sconnesse che, dal cancelletto in metallo arricciolato, guidava alla porta d’ingresso. Erano arrivati inaspettati e un po’ alla rinfusa ma puntuali e tutti con le braccia colme di doni: mazzi e mazzi di fiorellini contenti di farsi vedere e starsene là fuori, uno accanto all’altro, tranquilli in uno spicchio di luce, in un soffio d’aria fresca.

    Dal davanti della casa, qualche settembrino poi osò spingersi anche sul retro, nel giardino vero e proprio e qualcun altro di sicuro ce lo portai io, tenendolo in palma di mano, deponendolo con ogni precauzione nel luogo prescelto, sistemandolo nel migliore dei modi per farlo star comodo, perché si sentisse a casa sua.
    Gli astri – dei symphyotrichum novi-belgii probabilmente – si trovarono bene in quel giardino, così decisero di rimanere, si propagarono e ogni anno rispuntarono da terra: due prime foglie lanceolate verde scuro che salgono, poi altre due, poi ancora due, poi infinite altre. Tutto un crescere di fusti sottili, fitte foreste domestiche densamente ramificate, terminanti, a fine estate, in una moltitudine di tondi, gonfi minuscoli capolini pronti, quando le mattine si fanno sempre più fresche e rugiadose, quando le prime foglie di betulla, come monete d’oro, cominciano a disseminarsi sul prato, ad aprirsi e a infiorare per più settimane il giardino come piccole, sparse nuvole violacee sospese raso terra, a portata di mano.

    Al momento del trasloco, naturalmente non li abbandonai: armeggiandogli intorno con la vanga, i loro rizomi, dalle radici abbastanza corte, non opposero resistenza e, muti, si lasciarono prendere e portar via in un pane di terra. Di natura accomodante, docili e senza grandi pretese, nel giro di un anno attecchirono anche nel nuovo giardino. Il trapianto non era stato poi davvero traumatico, la vita poteva continuare anche in quell’altrove.

    Forse i settembrini mi sono cari perché ci sono e basta, perché fioriscono così abbondanti e belli senza che io me ne debba occupare, perché il loro colore ha un che di rasserenante e prezioso, perché dal via vai di insetti che ronzano incessantemente intorno a ogni capolino, è certo che queste margheritine lilla forniscono loro quantità di pasti squisiti.

    Con la pioggia i fiori diventano pesanti e allora i bei cespi ametista, separandosi gli uni dagli altri, incominciano a piegarsi. Chi di qua, chi di là pendono sempre di più, si allettano, rimangono prostrati a terra.
    «Forse avrei dovuto potarli, praticare il Chelsea chop in primavera: se lo avessi fatto, ora sarebbero più bassi e compatti, resisterebbero meglio alle intemperie», mi dico guardandoli da dietro il vetro della cucina e mi sento un po’ in colpa. Ma appena posso, quando la pioggia è passata e che il sole brilla di nuovo, esco di casa e li vado a risollevare.

    – Su, su, non vi lasciate abbattere! Forza, tiratevi su che la fioritura è appena iniziata, che siete ancora belli! Dai, in piedi altrimenti chiocciole, lumache e limacce vi divoreranno! –, dicono loro le mani mentre con delicatezza scuotono i gambi per farli tornare leggeri; mentre sollecite li rimettono in posizione verticale, accostandoli gli uni agli altri perché, riuniti, si sostengano a vicenda.

  • Regolo comune (Regulus regulus)

    Regolo comune (Regulus regulus)

    Un regolo comune ripescato nel laghetto questo pomeriggio. 

    Cosa ci faceva immobile a mollo nell’acqua? Che fosse rimasto impaniato tra le alghe filamentose e, dopo aver cercato inutilmente di liberarsi, ormai spossato attendesse il peggio? 
    Per fortuna la sua cresta cefalica ad alta visibilità giallo fluo ne ha segnalato la presenza all’occhio errabondo. 

    Tirato fuori dall’elemento liquido, il Regulus regulus – tanto piccolo da stare tutto nel cavo di una mano – ha sbattuto un poco le ali e agitato debolmente le zampe: segno che era ancora vivo e reattivo. A un esame sommario, non c’era niente di rotto: piume e penne zuppe e gli occhi che sì, si aprivano grandi, ma poi subito si richiudevano per recuperare le forze, per riprendersi dallo spavento. 

    Metterlo in una scatola di cartone con qualche forellino di aerazione? Uhm… forse preferisce il caldo di un palmo. E la mano lo accoglie con ogni precauzione, onorata di farsi rifugio per l’inatteso, principesco ospite. Tutto il tempo che vuoi, se qui ci stai bene.

    Ma che… punti già le zampe e stai ritto in piedi? Ti sei un poco asciugato? Se ora ti dimeni e batti le ali, qua dentro non ci vuoi proprio più stare. Cadono le mura del castello: giammai tenerti prigioniero! 

    Regulus regulus, dove te ne sei andato? Là, sul tronco del cedro! 
    E dal tronco poi svoli più in alto, su di un ramo. E poi su di un altro. E poi, e poi scompari.