foto e scritti personali

       

Flora

  • Aquilegia vulgaris

    Aquilegia vulgaris

    I lunghi steli delle aquilegie cominciano a sfiorire: se li tocco gli ultimi petali cadono e sulla sommità rimangono solo i carpelli dalla base bombata e dal collo sottile sottile: piccoli misteriosi ricettacoli dove si stanno formando i semi pronti a disperdersi quando le capsule ormai secche, aprendosi, li lasceranno cadere.

    L’ Aquilegia vulgaris è un fiore che appartiene alla flora europea, un fiore antico e molto bello, spesso raffigurato nelle  cornici dei codici miniati e nelle rappresentazioni medievali dell’hortus conclusus. Fiore associato alla Madonna (blu?) e alla Passione di Cristo (rosso?), due delle sue suggestive denominazioni vernacolari in italiano sono «Amor nascosto» e «Amor perfetto».

    Nel mese di maggio, quando la stagione dei tulipani è ormai finita e l’azzurro dei myosotis comincia a correre verso l’azzurro del cielo, le corolle pendule di tanti colori diversi dell’aquilegia: bianche, rosa, fucsia, rosse, blu, viola, nere – nere? uhm… diciamo viola scurissimo, quasi nero –, fanno capolino tra le altre piante. Discrete, graziose, leggere, leggiadre. Ovunque vogliano spuntare, per me sono sempre le benvenute, ogni cespo fiorito un po’ diverso l’uno dall’altro.

    – Siamo qua, siamo tornate, Paola. Come ogni anno. Prima ce ne stavamo coi piedi ben ancorati nell’altro giardino, là dove ci hai scoperte, dove hai iniziato ad amarci.
    – Sì, e poi quando abbiamo traslocato vi ho portate via con me e vi ho messe a dimora qui. Perché mi eravate care e non vi volevo perdere.
    – E noi che siamo rustiche e di poche pretese, ci siamo acclimatate facilmente anche in quest’altro giardino.
    – Già, è vero. Quelle più grosse e bicolori comprate nei centri di giardinaggio invece non hanno mai resistito molto: una, due stagioni, poi zitte zitte sono scomparse, senza lasciare dietro di sé nemmeno un discendente.

    In francese il nome comune dell’aquilegia è ancolie che rima con mélancolie e folie. Le fou, il matto: i suoi fiori ricordano il cappello con le punte ricadenti del giullare.

    Aquilegia dal latino aqua e legere «raccogliere» sta scritto nel dizionario: forse per le foglie, la cui forma, tre elementi ognuno suddiviso a sua volta in tre ventaglietti, le predispone a raccogliere l’acqua; oppure aquilegia da «aquila» per i sepali che ricordano gli artigli dell’aquila o per i petali, dagli speroni ritorti come il suo becco. È in fondo a questi speroni, a queste lunghe e strette cavità che si trova il nettare.

    Columbine, colombina: in inglese si chiama così questa erbacea perenne. Se artigli o rostri d’aquila ho qualche difficoltà a scorgerli, il crocchio di colombelle in cima al fiore appena dischiuso mi sembra invece ben riconoscibile: eccole là le colombelle, tutte riunite in cerchio, occupate a chiacchierare del più o del meno, forse a spettegolare fra di loro.

    Calice e corolla dell’aquilegia inizialmente sono rivolti verso il basso. Un’umile, pensosa damigella con un nido di uccellini sul capo.

    I giorni passano e la bella, che nel frattempo è stata fecondata dagli insetti ignari andati a cercare lo zuccherino del nettare nelle profondità della corolla, impercettibilmente comincia ad alzare la testolina: ora guarda dritto davanti a sé, mostra al mondo la forma perfetta dei cinque sepali spiegati a stella e quella più complessa e segreta dei cinque petali, semplici o doppi, arrotondati e concavi. Le colombelle, che seguono il movimento, tutte messe di traverso paiono pencolare. 

    Ancora qualche giorno e il fiore adesso volge completamente il capo verso l’alto, a scrutare il cielo. Sepali e petali piano piano cadono, le colombelle lasciano il nido e si disperdono in un frullo d’ali. In cima ai forti steli rimangono i carpelli verdi e carnosi che ondeggiano al vento, che crescono, ingrossano, maturano, scolorano, si prosciugano, scoppiano e liberano il loro tesoro di semini neri.

  • Hamamelis

    Hamamelis

    Piove. Una pioggia fine fine ma continua. Una pioviggine. Più che vederla la sento che picchietta sul tetto. In lontananza, le chiome spoglie delle betulle e dei faggi sfumano, avvolte da un sottile velo cotonoso. Anche il verde delle alte conifere appare grigio e opaco oggi. Verso il fondo del giardino, contro il fogliame scuro dei rododendri, si stagliano i fiori ramati dell’amamelide.

    Era una mattina di gennaio, un due-tre settimane fa e io ero in cucina, all’acquaio. Guardo fuori dalla finestra e: «To’», mi dico, «l’hamamelis è fiorita!»
    In effetti, una miriade di batuffoletti arancio ricopriva i sui rami sottili, fino ad allora spogli. Sorrisone.
    Arbusto deciduo dal portamento esteso – i rami si aprono come braccia – e dalla crescita lenta – quasi un alberello dopo svariati anni – l’amamelide aspetta i mesi più freddi per risvegliarsi e ravvivare, con i suoi fiori arruffati e odorosi, un angolo del giardino.

    Gialli, arancioni, rossi, a seconda della varietà, i fiori sbocciano a gruppetti e ognuno ha solo quattro petali filiformi, come quattro nastrini, quattro striscioline un poco spiegazzate rivolte per lo più verso il basso.
    Per alcuni, questi strani fiori assomigliano a dei ragnetti, con le zampe ora aggranchite, ora flesse, ora distese. Per altri, probabilmente suggestionati dal nome popolare (il «nocciolo delle streghe») sono appunto come le dita lunghe, deformi e ricurve, le dita artigliate delle streghe.
    A me, quando li osservo ben bene da vicino, ricordano piuttosto le frange di carta colorata delle trombette di carnevale.

    Per anni ho creduto di aver piantato un esemplare di Hamamelis x intermedia ‘Diane’ perché così era scritto, sull’etichetta penzolante da un ramo, quando la scelsi nel vivaio specializzato e la portai a casa. Recentemente ho scoperto che la mia ‘Diane’ in realtà è, molto probabilmente, ‘Robert’: niente fiori rossi (quelli di ‘Diane’ sono rossissimi) ma di un rosso arancio che sfuma in quasi giallo alle estremità; fioritura precoce a gennaio (confermo) e un profumo, un profumo intenso, speziato, ma anche dolce e agrumato, simile a quello che sprigiona fra le mani la buccia di una clementina mentre la apri e che permane ancora a lungo sui polpastrelli dopo averne mangiato la polpa succosa.

    Il nome scientifico dell’amamelide in latino è Hamamelis che, ho letto, viene da due parole del greco antico, hama e melon, il cui significato è «insieme al frutto» perché i fiori in alcune specie (per esempio quelli dell’Hamamelis virginiana, a fioritura autunnale) sono presenti contemporaneamente ai frutti dell’anno precedente.

    Esistono cinque specie di hamamelis: tre provenienti dal Nord America (H. virginiana, H. vernalis e H. ovalis) una dal Giappone (H. japonica) e una dalla Cina (H. mollis, mollis per le foglie vellutate).
    Le varietà profumate che fioriscono in inverno – come il mio ‘Robert’ – sono spesso precedute dalla dicitura Hamamelis x intermedia. Questo significa che sono il risultato di una ibridazione (lax sta per ibrido) tra due specie (la cinese e la giapponese) e che l’incrocio presenta caratteristiche genetiche di entrambe le specie (per questo intermedia, almeno se ho capito bene).

    Però il portainnesto – la parte inferiore della pianta che corrisponde grossomodo all’apparato radicale – su cui è innestata la varietà nata dall’incrocio delle due specie asiatiche, di solito è americano: si tratta dell’Hamamelis virginiana utilizzata a questo fine perché più vigorosa e resistente alle malattie.
    Adesso capisco come mai, a fine agosto del 2020, quando l’arbusto era ancora in piena vegetazione, alcuni rami di ‘Robert’ inaspettatamente fiorirono e i fiori erano gialli. Di sicuro si doveva trattare di qualche ramo generato dal portainnesto, qualche pollone basale dell’Hamamelis virginiana che io, inesperta, non avevo tempestivamente eliminato.

    Hamamélis, con l’accento sulla i finale, è il nome della pianta in francese e il primo che ho imparato. Per scrivere questo post ho cercato la traduzione in italiano e adesso so che in italiano si può dire hamamelis o «amamelide» con l’accento, in entrambi i casi, sulla e: hamamèlis e amamèlide.

    Se il nome scientifico è Hamamelis il nome popolare è invece «nocciolo delle streghe» in italiano, noisetier des sorcières in francese e witch hazel in inglese.
    Dal Nord America, dove questa pianta era già conosciuta e apprezzata dalle popolazioni indigene soprattutto per le sue proprietà medicinali, l’hamamelis fu introdotta in Europa, precisamente in Inghilterra, nella prima metà del Settecento. Quindi, il nome inglese witch hazel  precede i nomi – che poi sono la sua traduzione – in italiano e in francese. Ma perché witch hazel?

    Il riferimento al nocciolo (hazel in inglese ) si spiega facilmente osservando le due piante: i rami e le foglie dell’amamelide assomigliano molto a quelli del nocciolo.
    Il legame con le streghe è invece meno chiaro. È vero che witch si traduce normalmente con «strega» ma qui witch, da quello che ho trovato in rete, sembra derivare dal più antico wych con il significato di «flessibile» in riferimento ai rami di questo arbusto che si piegano facilmente. Un’altra ipotesi è che witch si ricolleghi alla consuetudine, sia presso alcune tribù di nativi americani sia presso i primi coloni, di utilizzare i rametti a Y dell’amamelide per trovare sorgenti d’acqua sotterranee: il water witch in inglese è infatti il nostro rabdomante.

    Il corrispondente di witch hazel in neerlandese (lingua che io, purtroppo, mi sa non imparerò mai) è toverhazelaar: c’è sempre il nocciolo (hazelaar) ma la prima parte della parola, tover, da quello che mi dice l’IA, è la radice che rimanda alla magia, all’incantesimo e si può tradurre con magico, incantato.
    Toverhazelaar, nocciolo magico. Sì, qualcosa di magico indubbiamente c’è in questo arbusto che, quando il resto del giardino dorme ancora della grossa, si risveglia silenzioso in una festa tutta sua di colore e di profumo.

  • Crocus sieberi subsp. atticus ‘Firefly’
    À travers la porte-fenêtre je m’aperçois des premiers quatre crocus fleuris dans le parterre à côté des marches

    Crocus sieberi subsp. atticus ‘Firefly’

    I primi crochi fioriti. Quattro. All’inizio del mixed border, la striscia di terra in bordura del prato. Sono ben visibili data la vicinanza del mixed border con la porta-finestra, il mio punto di osservazione.

    Li ho scorti per la prima volta ieri, nel pomeriggio. Il sole splendeva radioso e, vista la mitezza e la luminosità della giornata, i quattro crochi, probabilmente speranzosi di ricevere un bombo o un’ape solitaria in visita di cortesia, avevano cominciato a schiudere le loro piccole corolle.
    Oggi invece, essendo nuvolo, se ne stanno tutti e quattro con i tepali rinserrati.

    Credo si tratti di Crocus sieberi della varietà ‘Firefly’ in quanto la forma della corolla è a coppa, i tre tepali esterni sono viola ametista, quelli interni bianco lilla e la base del fiore, così come il suo centro (fauce o gola) sono di un giallo carico.

    Crocus sieberi ovvero crocus di Sieber.
    Mi chiedo chi sarà stato questo Sieber di cui ci rimane una traccia nella nomenclatura del suddetto croco.
    Consulto Wikipedia e scopro che si tratta di Franz Wilhelm Sieber, botanico austro-ceco nato e morto a Praga (1789-1844). Sieber compì molti viaggi in giro per il mondo in cerca di piante ma anche di animali e oggetti etnografici. Percorse vari paesi del Mediterraneo (Italia, Creta, Grecia, Palestina, Egitto) e si spinse fino in Australia, in Sudafrica e alle isole Mauritius. Rientrato in Europa, si trovò a doversi barcamenare fra mille difficoltà economiche e a un certo punto cominciò a dare segni di squilibrio mentale. Fu allora rinchiuso in un manicomio dove rimase fino alla morte, avvenuta quattordici anni più tardi.

    A proposito della nomenclatura scientifica di questa pianta: Crocus è il genere e proviene dalla parola kròkus con cui gli antichi greci indicavano lo zafferano (Crocus sativus, il croco coltivato), sieberi è la specie, in questo caso l’epiteto è dato in onore di chi scoprì o descrisse per primo questa specie di croco (il nostro Franz Wilhelm Sieber). Sul sito del Missouri Botanical Garden trovo un elemento in più: dopo il binomio genere e specie, Crocus sieberi, e prima del nome della varietà, una creazione olandese del 1956, ’Firefly’, lucciola – forse per il punto di giallo luminoso nel cuore del fiore? – è indicata la sottospecie: subsp. atticus. Questo croco proviene dalla regione dell’Attica, dai dintorni di Atene: forse Franz Wilhelm lo scoprì durante il suo viaggio in Grecia.

    Adesso questi quattro crochi, con tutto quello che ho appreso su di essi, mi paiono più preziosi.

  • Settembrini (Aster symphyotricum)

    Settembrini (Aster symphyotricum)

    Settembre e i settembrini. I settembrini che colorano anche ottobre. Alcuni sono rosa pastello, rosa confetto; altri, i più, non proprio rosa ma nemmeno azzurri: boccioli fucsia che si schiudono in corolle ligulate lilla, viola grigio perlaceo, gridellino. E al centro di ogni vaporoso tutù, un piccolo sole giallo che poi evolve in tramonto arancio, un occhio stupito, un cuore semplice irresistibilmente bramato, carezzato, aspirato, bottinato da un continuo flusso ronzante di api, sìrfidi, bombi e farfalle.

    I primi settembrini vennero per conto loro, sul lembo di giardino davanti alla casa in cui abitavamo prima. Sconosciuti visitatori dall’aria schietta e dal portamento elegante, si tenevano impettiti in gruppetti familiari tra la ghiaia di porfido sparsa ai due lati del breve sentierino di lastre cementizie vecchie e sconnesse che, dal cancelletto in metallo arricciolato, guidava alla porta d’ingresso. Erano arrivati inaspettati e un po’ alla rinfusa ma puntuali e tutti con le braccia colme di doni: mazzi e mazzi di fiorellini contenti di farsi vedere e starsene là fuori, uno accanto all’altro, tranquilli in uno spicchio di luce, in un soffio d’aria fresca.

    Dal davanti della casa, qualche settembrino poi osò spingersi anche sul retro, nel giardino vero e proprio e qualcun altro di sicuro ce lo portai io, tenendolo in palma di mano, deponendolo con ogni precauzione nel luogo prescelto, sistemandolo nel migliore dei modi per farlo star comodo, perché si sentisse a casa sua.
    Gli astri – dei symphyotrichum novi-belgii probabilmente – si trovarono bene in quel giardino, così decisero di rimanere, si propagarono e ogni anno rispuntarono da terra: due prime foglie lanceolate verde scuro che salgono, poi altre due, poi ancora due, poi infinite altre. Tutto un crescere di fusti sottili, fitte foreste domestiche densamente ramificate, terminanti, a fine estate, in una moltitudine di tondi, gonfi minuscoli capolini pronti, quando le mattine si fanno sempre più fresche e rugiadose, quando le prime foglie di betulla, come monete d’oro, cominciano a disseminarsi sul prato, ad aprirsi e a infiorare per più settimane il giardino come piccole, sparse nuvole violacee sospese raso terra, a portata di mano.

    Al momento del trasloco, naturalmente non li abbandonai: armeggiandogli intorno con la vanga, i loro rizomi, dalle radici abbastanza corte, non opposero resistenza e, muti, si lasciarono prendere e portar via in un pane di terra. Di natura accomodante, docili e senza grandi pretese, nel giro di un anno attecchirono anche nel nuovo giardino. Il trapianto non era stato poi davvero traumatico, la vita poteva continuare anche in quell’altrove.

    Forse i settembrini mi sono cari perché ci sono e basta, perché fioriscono così abbondanti e belli senza che io me ne debba occupare, perché il loro colore ha un che di rasserenante e prezioso, perché dal via vai di insetti che ronzano incessantemente intorno a ogni capolino, è certo che queste margheritine lilla forniscono loro quantità di pasti squisiti.

    Con la pioggia i fiori diventano pesanti e allora i bei cespi ametista, separandosi gli uni dagli altri, incominciano a piegarsi. Chi di qua, chi di là pendono sempre di più, si allettano, rimangono prostrati a terra.
    «Forse avrei dovuto potarli, praticare il Chelsea chop in primavera: se lo avessi fatto, ora sarebbero più bassi e compatti, resisterebbero meglio alle intemperie», mi dico guardandoli da dietro il vetro della cucina e mi sento un po’ in colpa. Ma appena posso, quando la pioggia è passata e che il sole brilla di nuovo, esco di casa e li vado a risollevare.

    – Su, su, non vi lasciate abbattere! Forza, tiratevi su che la fioritura è appena iniziata, che siete ancora belli! Dai, in piedi altrimenti chiocciole, lumache e limacce vi divoreranno! –, dicono loro le mani mentre con delicatezza scuotono i gambi per farli tornare leggeri; mentre sollecite li rimettono in posizione verticale, accostandoli gli uni agli altri perché, riuniti, si sostengano a vicenda.