Piove. Una pioggia fine fine ma continua. Una pioviggine. Più che vederla la sento che picchietta sul tetto. In lontananza, le chiome spoglie delle betulle e dei faggi sfumano, avvolte da un sottile velo cotonoso. Anche il verde delle alte conifere appare grigio e opaco oggi. Verso il fondo del giardino, contro il fogliame scuro dei rododendri, si stagliano i fiori ramati dell’amamelide.
Era una mattina di gennaio, un due-tre settimane fa e io ero in cucina, all’acquaio. Guardo fuori dalla finestra e: «To’», mi dico, «l’hamamelis è fiorita!»
In effetti, una miriade di batuffoletti arancio ricopriva i sui rami sottili, fino ad allora spogli. Sorrisone.
Arbusto deciduo dal portamento esteso – i rami si aprono come braccia – e dalla crescita lenta – quasi un alberello dopo svariati anni – l’amamelide aspetta i mesi più freddi per risvegliarsi e ravvivare, con i suoi fiori arruffati e odorosi, un angolo del giardino.
Gialli, arancioni, rossi, a seconda della varietà, i fiori sbocciano a gruppetti e ognuno ha solo quattro petali filiformi, come quattro nastrini, quattro striscioline un poco spiegazzate rivolte per lo più verso il basso.
Per alcuni, questi strani fiori assomigliano a dei ragnetti, con le zampe ora aggranchite, ora flesse, ora distese. Per altri, probabilmente suggestionati dal nome popolare (il «nocciolo delle streghe») sono appunto come le dita lunghe, deformi e ricurve, le dita artigliate delle streghe.
A me, quando li osservo ben bene da vicino, ricordano piuttosto le frange di carta colorata delle trombette di carnevale.
Per anni ho creduto di aver piantato un esemplare di Hamamelis x intermedia ‘Diane’ perché così era scritto, sull’etichetta penzolante da un ramo, quando la scelsi nel vivaio specializzato e la portai a casa. Recentemente ho scoperto che la mia ‘Diane’ in realtà è, molto probabilmente, ‘Robert’: niente fiori rossi (quelli di ‘Diane’ sono rossissimi) ma di un rosso arancio che sfuma in quasi giallo alle estremità; fioritura precoce a gennaio (confermo) e un profumo, un profumo intenso, speziato, ma anche dolce e agrumato, simile a quello che sprigiona fra le mani la buccia di una clementina mentre la apri e che permane ancora a lungo sui polpastrelli dopo averne mangiato la polpa succosa.
Il nome scientifico dell’amamelide in latino è Hamamelis che, ho letto, viene da due parole del greco antico, hama e melon, il cui significato è «insieme al frutto» perché i fiori in alcune specie (per esempio quelli dell’Hamamelis virginiana, a fioritura autunnale) sono presenti contemporaneamente ai frutti dell’anno precedente.
Esistono cinque specie di hamamelis: tre provenienti dal Nord America (H. virginiana, H. vernalis e H. ovalis) una dal Giappone (H. japonica) e una dalla Cina (H. mollis, mollis per le foglie vellutate).
Le varietà profumate che fioriscono in inverno – come il mio ‘Robert’ – sono spesso precedute dalla dicitura Hamamelis x intermedia. Questo significa che sono il risultato di una ibridazione (lax sta per ibrido) tra due specie (la cinese e la giapponese) e che l’incrocio presenta caratteristiche genetiche di entrambe le specie (per questo intermedia, almeno se ho capito bene).
Però il portainnesto – la parte inferiore della pianta che corrisponde grossomodo all’apparato radicale – su cui è innestata la varietà nata dall’incrocio delle due specie asiatiche, di solito è americano: si tratta dell’Hamamelis virginiana utilizzata a questo fine perché più vigorosa e resistente alle malattie.
Adesso capisco come mai, a fine agosto del 2020, quando l’arbusto era ancora in piena vegetazione, alcuni rami di ‘Robert’ inaspettatamente fiorirono e i fiori erano gialli. Di sicuro si doveva trattare di qualche ramo generato dal portainnesto, qualche pollone basale dell’Hamamelis virginiana che io, inesperta, non avevo tempestivamente eliminato.
Hamamélis, con l’accento sulla i finale, è il nome della pianta in francese e il primo che ho imparato. Per scrivere questo post ho cercato la traduzione in italiano e adesso so che in italiano si può dire hamamelis o «amamelide» con l’accento, in entrambi i casi, sulla e: hamamèlis e amamèlide.
Se il nome scientifico è Hamamelis il nome popolare è invece «nocciolo delle streghe» in italiano, noisetier des sorcières in francese e witch hazel in inglese.
Dal Nord America, dove questa pianta era già conosciuta e apprezzata dalle popolazioni indigene soprattutto per le sue proprietà medicinali, l’hamamelis fu introdotta in Europa, precisamente in Inghilterra, nella prima metà del Settecento. Quindi, il nome inglese witch hazel precede i nomi – che poi sono la sua traduzione – in italiano e in francese. Ma perché witch hazel?
Il riferimento al nocciolo (hazel in inglese ) si spiega facilmente osservando le due piante: i rami e le foglie dell’amamelide assomigliano molto a quelli del nocciolo.
Il legame con le streghe è invece meno chiaro. È vero che witch si traduce normalmente con «strega» ma qui witch, da quello che ho trovato in rete, sembra derivare dal più antico wych con il significato di «flessibile» in riferimento ai rami di questo arbusto che si piegano facilmente. Un’altra ipotesi è che witch si ricolleghi alla consuetudine, sia presso alcune tribù di nativi americani sia presso i primi coloni, di utilizzare i rametti a Y dell’amamelide per trovare sorgenti d’acqua sotterranee: il water witch in inglese è infatti il nostro rabdomante.
Il corrispondente di witch hazel in neerlandese (lingua che io, purtroppo, mi sa non imparerò mai) è toverhazelaar: c’è sempre il nocciolo (hazelaar) ma la prima parte della parola, tover, da quello che mi dice l’IA, è la radice che rimanda alla magia, all’incantesimo e si può tradurre con magico, incantato.
Toverhazelaar, nocciolo magico. Sì, qualcosa di magico indubbiamente c’è in questo arbusto che, quando il resto del giardino dorme ancora della grossa, si risveglia silenzioso in una festa tutta sua di colore e di profumo.