foto e scritti personali

       

Paola Stella Rabozée

  • Seduta al tavolo da picnic
    Nella foto: Gaura lindheimeri bianca. Una delle rare piante in giardino che sta resistendo alla siccità.

    Seduta al tavolo da picnic

    Seduta al tavolo da picnic. Sono quasi le undici e comincia a far caldo. Messo e tolto il cappello perché provo un leggero cerchio alla testa. Questo cappello stile Tom Sawyer sembra di paglia ma è di carta – sta scritto così, in sei lingue diverse, sull’etichetta cucita nella fascia antisudore: 100%  paper-papier-papel-papier-carta-hârtie. Hârtie? Sì, hârtie. Vuol dire carta in rumeno.

    Scampanio festoso. Non so se proviene dalla chiesa del paese o da quella della comunità tradizionalista che si trova molto più vicino, a Maleizen. Ieri era Ferragosto: ecco perché mi pareva fosse domenica. Oggi è domenica davvero e forse in chiesa la celebrano oggi l’Assunzione.  Questo spiegherebbe i rintocchi ripetuti e prolungati. Alle dieci e cinquantacinque parte l’ennesimo scampanio. Il terzo. – Affrettatevi! Affrettatevi!

    In un angolo del tavolo da picnic, il sole adesso inizia a filtrare attraverso il fogliame che ricopre la pergola: le foglie ancora verdi del glicine stanno lottando per resistere alla calura e alla siccità di quest’estate di fuoco e di cenere. Per terra, tutto intorno, arrotolate come cannolicchi, giacciono invece le foglie secche, ma secche! e tante, tantissime, che la povera pianta, con queste condizioni climatiche estreme, ha dovuto sacrificare.

    Rimetto il cappello che sembra di paglia, ma che in realtà è di carta. «Comunque, mi dico, entrambi i materiali sono di origine vegetale e contengono fibre di cellulosa».
    Brezza lieve, lievissima. Il caldo, in agguato, riverbera dalla terra indurita, dall’erba ingiallita e stopposa, dalle numerose piante agoniche.

    Solo farfalle bianche quest’estate. Solo cavolaie, niente vanesse occhio di pavone o vulcano. Battiti d’ali concitati che arrivano e se ne vanno, che mi passano accanto, svolazzando come pezzettini di carta non scritta.

  • Aquilegia vulgaris

    Aquilegia vulgaris

    I lunghi steli delle aquilegie cominciano a sfiorire: se li tocco gli ultimi petali cadono e sulla sommità rimangono solo i carpelli dalla base bombata e dal collo sottile sottile: piccoli misteriosi ricettacoli dove si stanno formando i semi pronti a disperdersi quando le capsule ormai secche, aprendosi, li lasceranno cadere.

    L’ Aquilegia vulgaris è un fiore che appartiene alla flora europea, un fiore antico e molto bello, spesso raffigurato nelle  cornici dei codici miniati e nelle rappresentazioni medievali dell’hortus conclusus. Fiore associato alla Madonna (blu?) e alla Passione di Cristo (rosso?), due delle sue suggestive denominazioni vernacolari in italiano sono «Amor nascosto» e «Amor perfetto».

    Nel mese di maggio, quando la stagione dei tulipani è ormai finita e l’azzurro dei myosotis comincia a correre verso l’azzurro del cielo, le corolle pendule di tanti colori diversi dell’aquilegia: bianche, rosa, fucsia, rosse, blu, viola, nere – nere? uhm… diciamo viola scurissimo, quasi nero –, fanno capolino tra le altre piante. Discrete, graziose, leggere, leggiadre. Ovunque vogliano spuntare, per me sono sempre le benvenute, ogni cespo fiorito un po’ diverso l’uno dall’altro.

    – Siamo qua, siamo tornate, Paola. Come ogni anno. Prima ce ne stavamo coi piedi ben ancorati nell’altro giardino, là dove ci hai scoperte, dove hai iniziato ad amarci.
    – Sì, e poi quando abbiamo traslocato vi ho portate via con me e vi ho messe a dimora qui. Perché mi eravate care e non vi volevo perdere.
    – E noi che siamo rustiche e di poche pretese, ci siamo acclimatate facilmente anche in quest’altro giardino.
    – Già, è vero. Quelle più grosse e bicolori comprate nei centri di giardinaggio invece non hanno mai resistito molto: una, due stagioni, poi zitte zitte sono scomparse, senza lasciare dietro di sé nemmeno un discendente.

    In francese il nome comune dell’aquilegia è ancolie che rima con mélancolie e folie. Le fou, il matto: i suoi fiori ricordano il cappello con le punte ricadenti del giullare.

    Aquilegia dal latino aqua e legere «raccogliere» sta scritto nel dizionario: forse per le foglie, la cui forma, tre elementi ognuno suddiviso a sua volta in tre ventaglietti, le predispone a raccogliere l’acqua; oppure aquilegia da «aquila» per i sepali che ricordano gli artigli dell’aquila o per i petali, dagli speroni ritorti come il suo becco. È in fondo a questi speroni, a queste lunghe e strette cavità che si trova il nettare.

    Columbine, colombina: in inglese si chiama così questa erbacea perenne. Se artigli o rostri d’aquila ho qualche difficoltà a scorgerli, il crocchio di colombelle in cima al fiore appena dischiuso mi sembra invece ben riconoscibile: eccole là le colombelle, tutte riunite in cerchio, occupate a chiacchierare del più o del meno, forse a spettegolare fra di loro.

    Calice e corolla dell’aquilegia inizialmente sono rivolti verso il basso. Un’umile, pensosa damigella con un nido di uccellini sul capo.

    I giorni passano e la bella, che nel frattempo è stata fecondata dagli insetti ignari andati a cercare lo zuccherino del nettare nelle profondità della corolla, impercettibilmente comincia ad alzare la testolina: ora guarda dritto davanti a sé, mostra al mondo la forma perfetta dei cinque sepali spiegati a stella e quella più complessa e segreta dei cinque petali, semplici o doppi, arrotondati e concavi. Le colombelle, che seguono il movimento, tutte messe di traverso paiono pencolare. 

    Ancora qualche giorno e il fiore adesso volge completamente il capo verso l’alto, a scrutare il cielo. Sepali e petali piano piano cadono, le colombelle lasciano il nido e si disperdono in un frullo d’ali. In cima ai forti steli rimangono i carpelli verdi e carnosi che ondeggiano al vento, che crescono, ingrossano, maturano, scolorano, si prosciugano, scoppiano e liberano il loro tesoro di semini neri.

  • Petto in dentro e pancia in fuori
    Saule pleureur au printemps (Bruxelles, vue du Parc de Woluwe de l’avenue de Tervuren)

    Petto in dentro e pancia in fuori

    Petto in dentro e pancia in fuori.
    No, no!
    Petto in fuori e pancia in dentro.

    E poi dritta con quella schiena!
    Dritta come un fuso,
    giù le spalle e su la testa.

    Hai perso qualcosa? No?
    Allora alza gli occhi
    e guarda dritto davanti a te.

    Guarda anche dietro,
    non si sa mai…
    Guardati intorno:
    sempre.

    Ogni giorno, ogni istante
    cerco di posizionarmi
    cor-ret-ta-men-te
    nella vita.

    Che fatica!

  • I gracili pruni in rue des Liégeois

    I gracili pruni in rue des Liégeois

    Nell’aria fresca
    di questa mattina d’inizio marzo
    come ogni anno, anche quest’anno,
    i gracili pruni in rue des Liégeois
    sono fioriti.

    Minuscole trasparenze rosate
    che il sole illumina:
    la primavera sta arrivando
    in un turbine quieto di petali
    sospesi tra le case e le auto in sosta.

    Stretti i piedi in un quadrato di terra
    sotto la griglia con qualche malerba
    i pruni fioriti in rue des Liégeois.

    Stretto lo stanco cuore che passa
    sotto i gracili pruni fioriti
    Lontano vicino ancora una guerra.

  • Parata dei pianeti

    Parata dei pianeti

    Stasera un’ora dopo il crepuscolo, con condizioni meteorologiche ottimali ed essendo ben posizionati, era possibile vedere la luna e una serie di pianeti allineati lungo un immaginario arco che andava dal basso – un poco più su della linea dell’orizzonte a ovest – fino in alto, su su, verso sud-est/est.

    Immagino l’arco, immagino la parata dei sei pianeti, immagino i tre visibili a occhio nudo – Mercurio, Venere e Saturno – là dove il cielo è ancora un po’ rosato. Mannaggia… Mercurio, Venere e Saturno devono essere proprio là, dietro la massa buia degli alberi.

    Però vedo la luna crescente e, accanto, un poco più in alto, un puntolino come una stella. Mi dici che è Giove quello. Sei sicuro sicuro. «Giove» mi dico. E mi basta. E sono contenta.

  • Hamamelis

    Hamamelis

    Piove. Una pioggia fine fine ma continua. Una pioviggine. Più che vederla la sento che picchietta sul tetto. In lontananza, le chiome spoglie delle betulle e dei faggi sfumano, avvolte da un sottile velo cotonoso. Anche il verde delle alte conifere appare grigio e opaco oggi. Verso il fondo del giardino, contro il fogliame scuro dei rododendri, si stagliano i fiori ramati dell’amamelide.

    Era una mattina di gennaio, un due-tre settimane fa e io ero in cucina, all’acquaio. Guardo fuori dalla finestra e: «To’», mi dico, «l’hamamelis è fiorita!»
    In effetti, una miriade di batuffoletti arancio ricopriva i sui rami sottili, fino ad allora spogli. Sorrisone.
    Arbusto deciduo dal portamento esteso – i rami si aprono come braccia – e dalla crescita lenta – quasi un alberello dopo svariati anni – l’amamelide aspetta i mesi più freddi per risvegliarsi e ravvivare, con i suoi fiori arruffati e odorosi, un angolo del giardino.

    Gialli, arancioni, rossi, a seconda della varietà, i fiori sbocciano a gruppetti e ognuno ha solo quattro petali filiformi, come quattro nastrini, quattro striscioline un poco spiegazzate rivolte per lo più verso il basso.
    Per alcuni, questi strani fiori assomigliano a dei ragnetti, con le zampe ora aggranchite, ora flesse, ora distese. Per altri, probabilmente suggestionati dal nome popolare (il «nocciolo delle streghe») sono appunto come le dita lunghe, deformi e ricurve, le dita artigliate delle streghe.
    A me, quando li osservo ben bene da vicino, ricordano piuttosto le frange di carta colorata delle trombette di carnevale.

    Per anni ho creduto di aver piantato un esemplare di Hamamelis x intermedia ‘Diane’ perché così era scritto, sull’etichetta penzolante da un ramo, quando la scelsi nel vivaio specializzato e la portai a casa. Recentemente ho scoperto che la mia ‘Diane’ in realtà è, molto probabilmente, ‘Robert’: niente fiori rossi (quelli di ‘Diane’ sono rossissimi) ma di un rosso arancio che sfuma in quasi giallo alle estremità; fioritura precoce a gennaio (confermo) e un profumo, un profumo intenso, speziato, ma anche dolce e agrumato, simile a quello che sprigiona fra le mani la buccia di una clementina mentre la apri e che permane ancora a lungo sui polpastrelli dopo averne mangiato la polpa succosa.

    Il nome scientifico dell’amamelide in latino è Hamamelis che, ho letto, viene da due parole del greco antico, hama e melon, il cui significato è «insieme al frutto» perché i fiori in alcune specie (per esempio quelli dell’Hamamelis virginiana, a fioritura autunnale) sono presenti contemporaneamente ai frutti dell’anno precedente.

    Esistono cinque specie di hamamelis: tre provenienti dal Nord America (H. virginiana, H. vernalis e H. ovalis) una dal Giappone (H. japonica) e una dalla Cina (H. mollis, mollis per le foglie vellutate).
    Le varietà profumate che fioriscono in inverno – come il mio ‘Robert’ – sono spesso precedute dalla dicitura Hamamelis x intermedia. Questo significa che sono il risultato di una ibridazione (lax sta per ibrido) tra due specie (la cinese e la giapponese) e che l’incrocio presenta caratteristiche genetiche di entrambe le specie (per questo intermedia, almeno se ho capito bene).

    Però il portainnesto – la parte inferiore della pianta che corrisponde grossomodo all’apparato radicale – su cui è innestata la varietà nata dall’incrocio delle due specie asiatiche, di solito è americano: si tratta dell’Hamamelis virginiana utilizzata a questo fine perché più vigorosa e resistente alle malattie.
    Adesso capisco come mai, a fine agosto del 2020, quando l’arbusto era ancora in piena vegetazione, alcuni rami di ‘Robert’ inaspettatamente fiorirono e i fiori erano gialli. Di sicuro si doveva trattare di qualche ramo generato dal portainnesto, qualche pollone basale dell’Hamamelis virginiana che io, inesperta, non avevo tempestivamente eliminato.

    Hamamélis, con l’accento sulla i finale, è il nome della pianta in francese e il primo che ho imparato. Per scrivere questo post ho cercato la traduzione in italiano e adesso so che in italiano si può dire hamamelis o «amamelide» con l’accento, in entrambi i casi, sulla e: hamamèlis e amamèlide.

    Se il nome scientifico è Hamamelis il nome popolare è invece «nocciolo delle streghe» in italiano, noisetier des sorcières in francese e witch hazel in inglese.
    Dal Nord America, dove questa pianta era già conosciuta e apprezzata dalle popolazioni indigene soprattutto per le sue proprietà medicinali, l’hamamelis fu introdotta in Europa, precisamente in Inghilterra, nella prima metà del Settecento. Quindi, il nome inglese witch hazel  precede i nomi – che poi sono la sua traduzione – in italiano e in francese. Ma perché witch hazel?

    Il riferimento al nocciolo (hazel in inglese ) si spiega facilmente osservando le due piante: i rami e le foglie dell’amamelide assomigliano molto a quelli del nocciolo.
    Il legame con le streghe è invece meno chiaro. È vero che witch si traduce normalmente con «strega» ma qui witch, da quello che ho trovato in rete, sembra derivare dal più antico wych con il significato di «flessibile» in riferimento ai rami di questo arbusto che si piegano facilmente. Un’altra ipotesi è che witch si ricolleghi alla consuetudine, sia presso alcune tribù di nativi americani sia presso i primi coloni, di utilizzare i rametti a Y dell’amamelide per trovare sorgenti d’acqua sotterranee: il water witch in inglese è infatti il nostro rabdomante.

    Il corrispondente di witch hazel in neerlandese (lingua che io, purtroppo, mi sa non imparerò mai) è toverhazelaar: c’è sempre il nocciolo (hazelaar) ma la prima parte della parola, tover, da quello che mi dice l’IA, è la radice che rimanda alla magia, all’incantesimo e si può tradurre con magico, incantato.
    Toverhazelaar, nocciolo magico. Sì, qualcosa di magico indubbiamente c’è in questo arbusto che, quando il resto del giardino dorme ancora della grossa, si risveglia silenzioso in una festa tutta sua di colore e di profumo.

  • Crocus sieberi subsp. atticus ‘Firefly’
    À travers la porte-fenêtre je m’aperçois des premiers quatre crocus fleuris dans le parterre à côté des marches

    Crocus sieberi subsp. atticus ‘Firefly’

    I primi crochi fioriti. Quattro. All’inizio del mixed border, la striscia di terra in bordura del prato. Sono ben visibili data la vicinanza del mixed border con la porta-finestra, il mio punto di osservazione.

    Li ho scorti per la prima volta ieri, nel pomeriggio. Il sole splendeva radioso e, vista la mitezza e la luminosità della giornata, i quattro crochi, probabilmente speranzosi di ricevere un bombo o un’ape solitaria in visita di cortesia, avevano cominciato a schiudere le loro piccole corolle.
    Oggi invece, essendo nuvolo, se ne stanno tutti e quattro con i tepali rinserrati.

    Credo si tratti di Crocus sieberi della varietà ‘Firefly’ in quanto la forma della corolla è a coppa, i tre tepali esterni sono viola ametista, quelli interni bianco lilla e la base del fiore, così come il suo centro (fauce o gola) sono di un giallo carico.

    Crocus sieberi ovvero crocus di Sieber.
    Mi chiedo chi sarà stato questo Sieber di cui ci rimane una traccia nella nomenclatura del suddetto croco.
    Consulto Wikipedia e scopro che si tratta di Franz Wilhelm Sieber, botanico austro-ceco nato e morto a Praga (1789-1844). Sieber compì molti viaggi in giro per il mondo in cerca di piante ma anche di animali e oggetti etnografici. Percorse vari paesi del Mediterraneo (Italia, Creta, Grecia, Palestina, Egitto) e si spinse fino in Australia, in Sudafrica e alle isole Mauritius. Rientrato in Europa, si trovò a doversi barcamenare fra mille difficoltà economiche e a un certo punto cominciò a dare segni di squilibrio mentale. Fu allora rinchiuso in un manicomio dove rimase fino alla morte, avvenuta quattordici anni più tardi.

    A proposito della nomenclatura scientifica di questa pianta: Crocus è il genere e proviene dalla parola kròkus con cui gli antichi greci indicavano lo zafferano (Crocus sativus, il croco coltivato), sieberi è la specie, in questo caso l’epiteto è dato in onore di chi scoprì o descrisse per primo questa specie di croco (il nostro Franz Wilhelm Sieber). Sul sito del Missouri Botanical Garden trovo un elemento in più: dopo il binomio genere e specie, Crocus sieberi, e prima del nome della varietà, una creazione olandese del 1956, ’Firefly’, lucciola – forse per il punto di giallo luminoso nel cuore del fiore? – è indicata la sottospecie: subsp. atticus. Questo croco proviene dalla regione dell’Attica, dai dintorni di Atene: forse Franz Wilhelm lo scoprì durante il suo viaggio in Grecia.

    Adesso questi quattro crochi, con tutto quello che ho appreso su di essi, mi paiono più preziosi.

  • Labile traccia

    Labile traccia

    – La vaschetta con gli scarti è piena – dico a M. – Vado a buttarli nella compostiera. 
    «Chissà se mi ha sentita», penso. Metto il giaccone di lana sulla felpa e chiudo la zip. La sciarpa no, non la prendo. Infilo le scarpe da giardino e scivolo fuori dalla porta-finestra.

    Avanzo sull’erba rimasta verde sotto le fronde del cedro. Poi il bianco della neve. È tutto uno scricchiolio. Sotto i piedi. Falcate rapide sulla coltre sottile. E questo scricchiolare della neve prodotto dai miei passi. Un suono che mi sorprende. Che avevo dimenticato. Il piede tocca, comprime, compatta la friabilità del manto fresco e bianco e il suono sale. Sale e rimbomba. Da un’estremità all’altra dei miei confini rimbomba tutto dentro. Forte. Sarà perché non ho l’abitudine, io, della neve.

    Sulla via del ritorno, la vaschetta vuota in mano. Le zampe di un grosso uccello – una gazza? Cornelia, la cornacchia? – hanno disegnato un cerchio perfetto sulla poudreuse. 
    Inavvertitamente, il mio piede ci passa in mezzo, lascia anche lui la sua labile traccia.

  • Fascio di luce e tapparella

    Fascio di luce e tapparella

    Questo pomeriggio mi sono seduta al tavolino da bistrot – o piuttosto da giardino: un tavolinetto rotondo di metallo argento opaco  in vendita nei negozi Ikea un trenta anni fa (accipicchia, già trent’anni che l’abbiamo acquistato?) – davanti alla porta-finestra per leggere il mio nuovo Don Chisciotte nell’ottima, toscaneggiante traduzione di Ferdinando Carlesi.

    Avevo il sole in fronte. Fastidioso. Allora mi sono alzata e ho abbassato un poco la tapparella avvolgibile in PVC. Mi sono riseduta. Ancora il sole negli occhi. Di nuovo in piedi, tira un poco più giù l’avvolgibile. Risiediti. Non è ancora abbastanza. Alzati, ancora un gocciolino più giù. Risiediti. Ci siamo. 

    Un luccichio, uno scintillio. Un bagliore, un barbaglio sfuggente attraverso le doghe autoaggancianti della tapparella avvolgibile. E se tento una foto? Cosa verrà fuori? Afferro il telefono, cerco il barbaglio: eccolo. Scatto.

    Nella fotografia il fascio di luce penetrato attraverso la fessura oblunga appare tondo come il sole e – che sia la rifrazione? – crea, contro la tapparella, dei grandi cerchi in cui la luce bianca appare, anche se vagamente, scomposta nei vari colori dello spettro solare. 
    Vorrei poter capire meglio queste cose, ma la mia mente non ce la fa.

  • Mini rana

    Mini rana

    Foglie di faggio e foglie di betulla. Sotto, uno strato di pacciamatura: rami di tasso potati e passati nel biotrituratore durante l’estate. Tutto umido, tutto ancora intriso di pioggia. Un po’ di pioggia ci vuole… E poi siamo in autunno. Autunno inoltrato. Per fortuna non gela ancora. Funghetti, come capocchiette di spilloni violacei infilzati, si ergono, uno qua, uno là, tra i detriti vegetali.

    Un sussulto. C’è qualcosa che si muove là sotto.
    Un esserino lustro, bagnato, colore della terra raccoglie le sue forze e – hop! – salta come un grillo tra le foglie, i funghetti, il muschio e il triturato.
    Una rana piccolissima, davvero minuscola.

    Sarà una rana terrestre, una rana rossa: la «rana temporaria» che qui è abbastanza comune. Sarà nata alla fine dell’estate viste le sue dimensioni microscopiche. Ce la farà a passare l’inverno? A sfuggire ai tanti, possibili predatori, così piccola?

    Lo sguardo la segue, la perde, la ritrova. La manona si tende verso di lei, la prende con delicatezza. Vorrebbe tenerla un momento con sé, magari per osservarla meglio.
    Niente da fare. Quel contatto – il palmo caldo e asciutto – decisamente non le aggrada. Con grazia, la mini rana si catapulta per terra e in due, tre saltelli va a nascondersi dietro una foglia.
    – Dai, non temere. Ti lascio tranquilla. Vado a piantar bulbi da un’altra parte.