foto e scritti personali

       

Diario

  • Seduta al tavolo da picnic
    Nella foto: Gaura lindheimeri bianca. Una delle rare piante in giardino che sta resistendo alla siccità.

    Seduta al tavolo da picnic

    Seduta al tavolo da picnic. Sono quasi le undici e comincia a far caldo. Messo e tolto il cappello perché provo un leggero cerchio alla testa. Questo cappello stile Tom Sawyer sembra di paglia ma è di carta – sta scritto così, in sei lingue diverse, sull’etichetta cucita nella fascia antisudore: 100%  paper-papier-papel-papier-carta-hârtie. Hârtie? Sì, hârtie. Vuol dire carta in rumeno.

    Scampanio festoso. Non so se proviene dalla chiesa del paese o da quella della comunità tradizionalista che si trova molto più vicino, a Maleizen. Ieri era Ferragosto: ecco perché mi pareva fosse domenica. Oggi è domenica davvero e forse in chiesa la celebrano oggi l’Assunzione.  Questo spiegherebbe i rintocchi ripetuti e prolungati. Alle dieci e cinquantacinque parte l’ennesimo scampanio. Il terzo. – Affrettatevi! Affrettatevi!

    In un angolo del tavolo da picnic, il sole adesso inizia a filtrare attraverso il fogliame che ricopre la pergola: le foglie ancora verdi del glicine stanno lottando per resistere alla calura e alla siccità di quest’estate di fuoco e di cenere. Per terra, tutto intorno, arrotolate come cannolicchi, giacciono invece le foglie secche, ma secche! e tante, tantissime, che la povera pianta, con queste condizioni climatiche estreme, ha dovuto sacrificare.

    Rimetto il cappello che sembra di paglia, ma che in realtà è di carta. «Comunque, mi dico, entrambi i materiali sono di origine vegetale e contengono fibre di cellulosa».
    Brezza lieve, lievissima. Il caldo, in agguato, riverbera dalla terra indurita, dall’erba ingiallita e stopposa, dalle numerose piante agoniche.

    Solo farfalle bianche quest’estate. Solo cavolaie, niente vanesse occhio di pavone o vulcano. Battiti d’ali concitati che arrivano e se ne vanno, che mi passano accanto, svolazzando come pezzettini di carta non scritta.

  • Parata dei pianeti

    Parata dei pianeti

    Stasera un’ora dopo il crepuscolo, con condizioni meteorologiche ottimali ed essendo ben posizionati, era possibile vedere la luna e una serie di pianeti allineati lungo un immaginario arco che andava dal basso – un poco più su della linea dell’orizzonte a ovest – fino in alto, su su, verso sud-est/est.

    Immagino l’arco, immagino la parata dei sei pianeti, immagino i tre visibili a occhio nudo – Mercurio, Venere e Saturno – là dove il cielo è ancora un po’ rosato. Mannaggia… Mercurio, Venere e Saturno devono essere proprio là, dietro la massa buia degli alberi.

    Però vedo la luna crescente e, accanto, un poco più in alto, un puntolino come una stella. Mi dici che è Giove quello. Sei sicuro sicuro. «Giove» mi dico. E mi basta. E sono contenta.

  • Labile traccia

    Labile traccia

    – La vaschetta con gli scarti è piena – dico a M. – Vado a buttarli nella compostiera. 
    «Chissà se mi ha sentita», penso. Metto il giaccone di lana sulla felpa e chiudo la zip. La sciarpa no, non la prendo. Infilo le scarpe da giardino e scivolo fuori dalla porta-finestra.

    Avanzo sull’erba rimasta verde sotto le fronde del cedro. Poi il bianco della neve. È tutto uno scricchiolio. Sotto i piedi. Falcate rapide sulla coltre sottile. E questo scricchiolare della neve prodotto dai miei passi. Un suono che mi sorprende. Che avevo dimenticato. Il piede tocca, comprime, compatta la friabilità del manto fresco e bianco e il suono sale. Sale e rimbomba. Da un’estremità all’altra dei miei confini rimbomba tutto dentro. Forte. Sarà perché non ho l’abitudine, io, della neve.

    Sulla via del ritorno, la vaschetta vuota in mano. Le zampe di un grosso uccello – una gazza? Cornelia, la cornacchia? – hanno disegnato un cerchio perfetto sulla poudreuse. 
    Inavvertitamente, il mio piede ci passa in mezzo, lascia anche lui la sua labile traccia.

  • Fascio di luce e tapparella

    Fascio di luce e tapparella

    Questo pomeriggio mi sono seduta al tavolino da bistrot – o piuttosto da giardino: un tavolinetto rotondo di metallo argento opaco  in vendita nei negozi Ikea un trenta anni fa (accipicchia, già trent’anni che l’abbiamo acquistato?) – davanti alla porta-finestra per leggere il mio nuovo Don Chisciotte nell’ottima, toscaneggiante traduzione di Ferdinando Carlesi.

    Avevo il sole in fronte. Fastidioso. Allora mi sono alzata e ho abbassato un poco la tapparella avvolgibile in PVC. Mi sono riseduta. Ancora il sole negli occhi. Di nuovo in piedi, tira un poco più giù l’avvolgibile. Risiediti. Non è ancora abbastanza. Alzati, ancora un gocciolino più giù. Risiediti. Ci siamo. 

    Un luccichio, uno scintillio. Un bagliore, un barbaglio sfuggente attraverso le doghe autoaggancianti della tapparella avvolgibile. E se tento una foto? Cosa verrà fuori? Afferro il telefono, cerco il barbaglio: eccolo. Scatto.

    Nella fotografia il fascio di luce penetrato attraverso la fessura oblunga appare tondo come il sole e – che sia la rifrazione? – crea, contro la tapparella, dei grandi cerchi in cui la luce bianca appare, anche se vagamente, scomposta nei vari colori dello spettro solare. 
    Vorrei poter capire meglio queste cose, ma la mia mente non ce la fa.

  • Le due e quarantasette

    Le due e quarantasette

    Le due e quarantasette. Ancora due ore di luce. Qui in cucina ho messo a posto e adesso ho voglia di sedermi accanto alla porta-finestra per leggere un po’: il libro di Emily mi aspetta. No, prima devo andare a buttare l’organico nella compostiera. Vado e torno. 

    Infilo il vecchio cardigan di lana maschile con l’interno trapuntato (del babbo di M.?) sul maglione morbido grigio polvere di mio padre; la zip del cardigan la tiro su tutta fin sotto il mento, ai piedi metto le scarpe di gomma verde oliva e in mano tengo la vaschetta di plastica piena di bucce, torsoli, gambi, foglie vizze d’insalata, pallotte untuose di scottex nonché, in cima, un cartone vuoto delle uova e un rotolo, anch’esso vuoto, di carta igienica.

    Avanzo cauta sulla passerella di legno che con questa umidità – almeno al 96% – si fa scivolosissima. Meglio camminare tenendo i piedi a papera per avere maggior presa, come mi disse anni fa M., quella volta che si procedeva lungo un sentiero pietroso e scosceso per andare a vedere una cascata.

    Ora non piove. E non c’è un alito di vento. La nebbia stagna sopra gli alberi, il gelo morde la carne. Sui passi giapponesi che conducono alla compostiera, i passi giapponesi li sento sì sotto il piede, ma non li vedo proprio, tanto sono ricoperti da questo lustro, marezzato e viscido tappeto di foglie. Anche qua bisogna che prima o poi mi decida a passare il rastrello.

    Con il forconcino smuovo un po’ il compost per aerarlo, sporgendomi leggermente sulla compostiera. Tra il terriccio, le bucce di cipolla e la vedura marcescente, scorgo lo svoltolarsi lento, sincopato di qualche vermetto rosa. 
    – Bene. Bene che ci siete: lavorate e state al caldo. Mi scuso per avervi disturbati, spero di non aver infilzato e spappolato nessuno!

    Ritorno verso casa. Non piove e mi dico che non fa poi tanto freddo e che quest’aria frizzantina in fondo è gradevole: come tanti aghetti che mi punzecchiano.  Sono viva, sì, sono viva. 
    Ancora due ore di luce e se resto qua fuori è comunque più “giorno” che in casa. Ma sì, vado a prendere il rastrello nella rimessa. Riempirò queste due ore di foglie morte: ce ne sono ancora tante sul prato e meglio toglierle per far respirare l’erba, per fare più ordinato.

  • C’è un momento in cui la luce del lampione

    C’è un momento in cui la luce del lampione

    C’è un momento in cui la luce del lampione, laggiù nella strada, e gli ultimi bagliori giallognoli del sole, declinante all’orizzonte, s’incontrano.
    Un momento, voglio dire, in cui la tonalità è la stessa. Almeno, così mi sembra.

    Alle cinque e dieci di questo pomeriggio di dicembre fa già buio, a malapena vedo ancora dove ho messo il rastrello per le foglie. Carico tutti i miei attrezzi nella carriola; i guanti sono bagnati e le mani, strette intorno alle impugnature per spingerla verso casa, incominciano a intorpidirsi dal freddo.
    «È tempo di rientrare, qualcosa ho fatto, non molto, ma qualcosa ho fatto», mi dico.

    Le mug, colme d’acqua per fare il tè, ruotano imperturbabili sul piatto trasparente del microonde; la nera, vintage zuccheriera ottagonale di Arcopal e le bustine color crema dell’Earl Grey Tea attendono tranquille sul piano lucido della cucina. Mentre aspetto che il contaminuti suoni per recuperare dal forno le tazze bollenti e fumanti, sto in piedi davanti alla finestra, lo sguardo teso verso gli ultimi colori del giorno: una striscia luminosa di arancio pallido e di giallo inframmezzata da un tratto di blu polveroso – di sicuro una nuvola – anche lei allungata e tirata. Davanti, le sagome degli alberi, nere come ombre cinesi e il dilagare, da oriente delle tenebre, una boccetta d’inchiostro rovesciata.

    La luce del lampione in cima al suo obelisco di calcestruzzo cattura il mio sguardo. Da quanto tempo sarà accesa? Mezz’ora? Forse di meno, non saprei dire.
    Il sole se ne va e quella lucetta fissa a mezz’aria è lì ogni sera, pronta a dargli il cambio – per quel che può – in quel punto preciso della strada. Ogni sera puntuale. Ligia e fiera. Inamovibile. Rassicurante.

    Ormai c’è solo più lei, là fuori. Guardala: sgranata come un occhietto che veglia. L’occhio di un gufo. L’occhio di Atena. 
    –Tutta la notte? 
    –No, fino a mezzanotte. Poi, buio completo: anche il lampione si spegne, anche la sua palpebra cede al sonno.