foto e scritti personali

       

Fauna

  • Mini rana

    Mini rana

    Foglie di faggio e foglie di betulla. Sotto, uno strato di pacciamatura: rami di tasso potati e passati nel biotrituratore durante l’estate. Tutto umido, tutto ancora intriso di pioggia. Un po’ di pioggia ci vuole… E poi siamo in autunno. Autunno inoltrato. Per fortuna non gela ancora. Funghetti, come capocchiette di spilloni violacei infilzati, si ergono, uno qua, uno là, tra i detriti vegetali.

    Un sussulto. C’è qualcosa che si muove là sotto.
    Un esserino lustro, bagnato, colore della terra raccoglie le sue forze e – hop! – salta come un grillo tra le foglie, i funghetti, il muschio e il triturato.
    Una rana piccolissima, davvero minuscola.

    Sarà una rana terrestre, una rana rossa: la «rana temporaria» che qui è abbastanza comune. Sarà nata alla fine dell’estate viste le sue dimensioni microscopiche. Ce la farà a passare l’inverno? A sfuggire ai tanti, possibili predatori, così piccola?

    Lo sguardo la segue, la perde, la ritrova. La manona si tende verso di lei, la prende con delicatezza. Vorrebbe tenerla un momento con sé, magari per osservarla meglio.
    Niente da fare. Quel contatto – il palmo caldo e asciutto – decisamente non le aggrada. Con grazia, la mini rana si catapulta per terra e in due, tre saltelli va a nascondersi dietro una foglia.
    – Dai, non temere. Ti lascio tranquilla. Vado a piantar bulbi da un’altra parte.

  • Rapaiola (Pieris rapae)

    Rapaiola (Pieris rapae)

    Una cavolaia minore, detta anche simpaticamente rapaiola, all’interno della veranda. Svolazza senza sosta sul vetro di una finestra.

    Non lo sapevo ma ci sono cavolaie maggiori (Pieris brassicae) e cavolaie minori (Pieris rapae): con dimensioni e preferenze alimentari diverse, si direbbe. Comunque, maggiori o minori, le cavolaie sono le farfalle diurne più comuni e non passano certo inosservate così bianche, luminose sul fondo verde della vegetazione.

    In questi giorni ne vedo spesso per il giardino: sono attratte soprattutto dalle spighe violette della lavanda e dai fiori a rosellina delle more selvatiche. Mi passano accanto rapide, come chi va di fretta per non arrivare tardi a un appuntamento; sicure del fatto loro, volano per lo più in senso orizzontale, zigzagando.

    Questo quando sono sole, perché quando incontrano un loro simile, un possibile partner, allora il movimento cambia: da orizzontale si fa verticale e le due farfalle, come una coppia di affiatati ballerini, volteggiando e inseguendosi l’un l’altra paiono salire su per i gradini di invisibili scale elicoidali.

    Osservo la cavolaia sul vetro della finestra. Per quanto si arresti solo per qualche secondo e poi subito riprenda ad agitarsi nel tentativo di trovare un varco, quasi di passare attraverso il vetro, noto che quando è a riposo, vale a dire con le ali chiuse una contro l’altra in posizione verticale rispetto al corpo, questa farfalla ha sì del bianco e i caratteristici puntolini neri delle cavolaie, però il colore predominante, sul rovescio delle ali posteriori (e anche sul rovescio apicale delle ali anteriori), è giallo pastello, anzi, direi giallo-crema-chantilly. Leggo che esiste un certo dimorfismo sessuale tra le cavolaie: la femmina presenta due macchie nere sulle ali anteriori, il maschio solo una o nessuna. Forse si tratta di una femmina ma, non essendo riuscita ad osservarla con le ali aperte, non sono sicura. Comunque sia, la lascio tranquilla: così come è entrata, sono certa che ritroverà la strada per tornare in giardino.

    … … …

    Mi sbagliavo: né ieri sera né questa mattina ce l’ha fatta a uscire dalla veranda ed è ancora lì ad agitarsi, a svolazzare frenetica contro il vetro della finestra.
    Non può continuare così, sarà esausta a quest’ora, non voglio che muoia, devo aiutarla.
    Grandi e pesanti, un po’ gonfie, un po’ doloranti, un po’ deformate dagli anni, le mie mani ripetono il gesto antico di quando erano piccole e nuove: con precauzione si chiudono intorno alla farfalla e la trasportano per un breve tragitto.

    Dalla balconata, dietro al cedro, le mani si riaprono. La prigioniera esita stanca, un poco stordita, poi spicca il volo, anch’esso dapprima esitante, di prova – come se la poverina non sapesse più dell’aria aperta e del vasto spazio. Per fortuna tutto, d’istinto, subito le ritorna e, volando, la farfalla riacquista sicurezza.

    Io la seguo con lo sguardo, seguo il bianco delle ali, lei fa prima rotta a sinistra, poi piega verso destra, si arresta su una pianta, compie una giravolta, avanza ancora verso destra, è incerta, io la seguo ancora con lo sguardo, lei si arresta su un’altra pianta poi vola più lontano, io seguo ancora il bianco delle ali, lei vola ancora più lontano, si tuffa nel verde: forse adesso è sui fiori bianchi dei rovi. Forse. Il bianco delle ali, nel verde, lontano.

  • Due rane tra l’erba
    Nella foto: tre esemplari di rana verde maggiore (Pelophylax ridibundus, «grenouille rieuse» in francese). La terza è a mollo sulla destra.

    Due rane tra l’erba

    Quando il tempo è bello e caldo, usciamo dal laghetto e ci crogioliamo al sole. Immobili, senza battere ciglio, im-bam-bo-la-te sembriamo due pietruzze, due smeraldi confusi tra il verde. 
    Ma no, mica dormiamo! Facciamo solo finta. Come molle, siamo pronte a scattare e gnam! trangugiare ogni piccolo, ignaro spuntino volante (se un paio d’ali, poverine, spuntano all’orizzonte).

    Due calosce di gomma verde oliva e due vecchie scarpe scalcagnate avanzano lente sul prato.
    – Guarda là, nell’erba: due rane! Che grosse! – dicono le calosce.
    – Sst… piano, camminiamo piano, non le disturbiamo – rispondono le vecchie scarpe scalcagnate e riguardose.

  • Sul prato Cornelia mi aspetta

    Sul prato Cornelia mi aspetta

    Sul prato Cornelia mi aspetta. Sì, aspetta proprio me. 
    Il petto e le zampe stanno in posizione frontale mentre la testa la tiene di profilo. Col suo occhio sinistro, solo con quello, mi guarda dritto negli occhi. Certo vede che sono seduta sulla sedia di metallo davanti alla porta finestra.

    Cornelia è puntuale. Atterra sul prato verso l’ora di pranzo e aspetta. Aspetta me che le do da mangiare. Cornelia ha fame. Io invece ho un tremendo mal di testa. Io non ho fame. Ho voglia di piangere, ecco. Ma non ci riesco. 

    Cornelia ora cammina sul prato. Ogni tanto si china, becchetta qualcosa, chissà cosa. Fa finta di niente lei, fa l’indifferente. Noncurante si allontana a passettini, poi si riavvicina, poi – Ma dov’è andata? Non la vedo più.

    Cornelia si è stancata di aspettare e se n’è andata. 
    Il sole era incerto, ora se n’è andato pure lui. Vedo oscillare i rami degli alberi. È il vento che smuove piano il paesaggio. Dietro, il muro bianco, impenetrabile, del cielo. I giorni come bolle leggere e trasparenti, bolle fatte di niente che salgono, si disperdono poi vorticano, vorticano nell’intimo, s’assottigliano e – puf! – scoppiano. Uno dopo l’altro. I giorni. Contro il muro bianco del cielo.

    Cornelia è tornata e becchetta sul prato come prima, come se nulla fosse. No, proprio non vuole darmi a vedere che aspetta. Lei sa che io so. E sì, mi aspetta ancora. Vado in cucina, qualcosa troverò pure da darle da mangiare.

  • Regolo comune (Regulus regulus)

    Regolo comune (Regulus regulus)

    Un regolo comune ripescato nel laghetto questo pomeriggio. 

    Cosa ci faceva immobile a mollo nell’acqua? Che fosse rimasto impaniato tra le alghe filamentose e, dopo aver cercato inutilmente di liberarsi, ormai spossato attendesse il peggio? 
    Per fortuna la sua cresta cefalica ad alta visibilità giallo fluo ne ha segnalato la presenza all’occhio errabondo. 

    Tirato fuori dall’elemento liquido, il Regulus regulus – tanto piccolo da stare tutto nel cavo di una mano – ha sbattuto un poco le ali e agitato debolmente le zampe: segno che era ancora vivo e reattivo. A un esame sommario, non c’era niente di rotto: piume e penne zuppe e gli occhi che sì, si aprivano grandi, ma poi subito si richiudevano per recuperare le forze, per riprendersi dallo spavento. 

    Metterlo in una scatola di cartone con qualche forellino di aerazione? Uhm… forse preferisce il caldo di un palmo. E la mano lo accoglie con ogni precauzione, onorata di farsi rifugio per l’inatteso, principesco ospite. Tutto il tempo che vuoi, se qui ci stai bene.

    Ma che… punti già le zampe e stai ritto in piedi? Ti sei un poco asciugato? Se ora ti dimeni e batti le ali, qua dentro non ci vuoi proprio più stare. Cadono le mura del castello: giammai tenerti prigioniero! 

    Regulus regulus, dove te ne sei andato? Là, sul tronco del cedro! 
    E dal tronco poi svoli più in alto, su di un ramo. E poi su di un altro. E poi, e poi scompari.

  • Escna azzurra (Aeshna cyanea)

    Escna azzurra (Aeshna cyanea)

    Immobile e verticale, una grande libellula si tiene aggrappata sul margine della pagina superiore di una foglia di ninfea, anch’essa verticale. 

    Durante il periodo estivo dal fusto ancorato sul fondo melmoso l’unica ninfea del laghetto invia allegramente in superficie un’esuberanza di giovani foglie. Come grappoli di curiosi, le giovani foglie  premono, spingono, sgomitano, si ammonticchiano le une sulle altre in un trionfo di verdi, cerose, srotolantesi rotondità. Anche i boccioli della ninfea sono desiderosi di affacciarsi sul pelo dell’acqua, hanno voglia anche loro di aprirsi e galleggiare, di mostrare all’aria le belle corolle stellate fatte di tanti carnosi, spirociclici petali giallo pastello. Ma dove sono i fiori? A fatica li scorgo, occultati come sono da questo affastellamento fogliare.

    La testa rivolta all’insù, la grande libellula si tiene aggrappata al margine superiore della sua foglia con il primo paio di zampe e se ne sta così immobile da parere incrostata alla parete vegetale a cui è sospesa. Quasi un gioiello, un pendentif Art Nouveau d’oro giallo, crisoprasio e smalto a cattedrale adagiato nel suo scrigno di sete cangianti verde smeraldo. Meglio non muoversi, così da passare inosservata all’occhio di possibili predatori. E poi non è ancora pronta a propriamente muoversi: deve aspettare, paziente, che tutto il suo organismo, all’aria e al calore del sole pomeridiano, arrivi al termine della metamorfosi.

    La grossa testa dorata, il torace verde mela, il lungo e sottile addome colorato di nero e di celeste, le ali con le estremità un poco incurvate, morbide, non ancora completamente distese e indurite, non ancora atte al volo, non ancora in grado di sollevarla e di portarla a esplorare il mondo  lungo le rotte aeree. Nel passaggio dall’ambiente acquatico all’ambiente terrestre, di sicuro questo momento di stasi forzata, ma necessaria, è il momento più delicato per lei, quello in cui si trova più esposta e indifesa.

    L’emozione dell’emergenza. Finalmente emersa – da quanto tempo: una, due ore? – dall’elemento liquido in cui ha trascorso – per uno, due, tre, forse quattro anni? – la prima parte della sua esistenza. Finalmente sfarfallata, piano, faticosamente, dal suo ultimo involucro disseccato all’aria, fessurato, spaccato lungo il dorso: lo spiraglio, la porta socchiusa, la via di fuga. 

    Quante volte, mi chiedo, la larva sott’acqua avrà già dovuto raccogliere tutte le sue forze e venire fuori dall’involucro precedente in cui stava racchiusa – ormai divenuto corazza opprimente – per continuare a crescere rivestita di un abito nuovo fiammante, con la stessa foggia, solo un po’ più largo, un po’ più comodo perché di taglia superiore? Di sicuro nel lungo lasso di tempo della sua prima vita da larva, le mute sono state tante nel laghetto, tra il fondo oscuro brulicante di microrganismi, le piante sommerse ondeggianti, le rane più o meno canterine, la massa d’acqua non proprio limpida. E oggi, oggi è il gran giorno. Il giorno del passaggio finale dal dentro al fuori, a un altro fuori. La larva è emersa in superficie  e dalla larva è emerso l’insetto più o meno perfetto, dotato di immensi occhi, di un lungo sottile addome, di quattro grandi ali membranose che presto saranno completamente distese e pronte a librarlo, veloce e sicuro, nell’aria.

    Libellula più che abbozzata, quasi compiuta, con le tue ali di vitrea trasparenza ancora, teneramente, un poco accartocciate, con la tua pigmentazione che, lentamente, evolve verso tonalità più decise. Non posso rimanere ad assistere al tuo primo volo ma dalla sponda mi sporgo per fotografarti. Immagine, un poco sfocata, di questa immagine che adesso sei tu.

    … … …

    Eccomi di nuovo qua, al laghetto. Dovevo accertarmi che eri partita. In effetti – per fortuna – non ci sei più.  Simmetrico a dove stavi ieri, in alto ma sul margine della pagina inferiore della foglia, scorgo ancora appeso e leggero, l’ultimo tuo vecchio abito acquatico smesso, abbandonato poco prima di partire.