Foglie di faggio e foglie di betulla. Sotto, uno strato di pacciamatura: rami di tasso potati e passati nel biotrituratore durante l’estate. Tutto umido, tutto ancora intriso di pioggia. Un po’ di pioggia ci vuole… E poi siamo in autunno. Autunno inoltrato. Per fortuna non gela ancora. Funghetti, come capocchiette di spilloni violacei infilzati, si ergono, uno qua, uno là, tra i detriti vegetali.
Un sussulto. C’è qualcosa che si muove là sotto.
Un esserino lustro, bagnato, colore della terra raccoglie le sue forze e – hop! – salta come un grillo tra le foglie, i funghetti, il muschio e il triturato.
Una rana piccolissima, davvero minuscola.
Sarà una rana terrestre, una rana rossa: la «rana temporaria» che qui è abbastanza comune. Sarà nata alla fine dell’estate viste le sue dimensioni microscopiche. Ce la farà a passare l’inverno? A sfuggire ai tanti, possibili predatori, così piccola?
Lo sguardo la segue, la perde, la ritrova. La manona si tende verso di lei, la prende con delicatezza. Vorrebbe tenerla un momento con sé, magari per osservarla meglio.
Niente da fare. Quel contatto – il palmo caldo e asciutto – decisamente non le aggrada. Con grazia, la mini rana si catapulta per terra e in due, tre saltelli va a nascondersi dietro una foglia.
– Dai, non temere. Ti lascio tranquilla. Vado a piantar bulbi da un’altra parte.
