foto e scritti personali

       

Labile traccia

– La vaschetta con gli scarti è piena – dico a M. – Vado a buttarli nella compostiera. 
«Chissà se mi ha sentita», penso. Metto il giaccone di lana sulla felpa e chiudo la zip. La sciarpa no, non la prendo. Infilo le scarpe da giardino e scivolo fuori dalla porta-finestra.

Avanzo sull’erba rimasta verde sotto le fronde del cedro. Poi il bianco della neve. È tutto uno scricchiolio. Sotto i piedi. Falcate rapide sulla coltre sottile. E questo scricchiolare della neve prodotto dai miei passi. Un suono che mi sorprende. Che avevo dimenticato. Il piede tocca, comprime, compatta la friabilità del manto fresco e bianco e il suono sale. Sale e rimbomba. Da un’estremità all’altra dei miei confini rimbomba tutto dentro. Forte. Sarà perché non ho l’abitudine, io, della neve.

Sulla via del ritorno, la vaschetta vuota in mano. Le zampe di un grosso uccello – una gazza? Cornelia, la cornacchia? – hanno disegnato un cerchio perfetto sulla poudreuse. 
Inavvertitamente, il mio piede ci passa in mezzo, lascia anche lui la sua labile traccia.