Una cavolaia minore, detta anche simpaticamente rapaiola, all’interno della veranda. Svolazza senza sosta sul vetro di una finestra.
Non lo sapevo ma ci sono cavolaie maggiori (Pieris brassicae) e cavolaie minori (Pieris rapae): con dimensioni e preferenze alimentari diverse, si direbbe. Comunque, maggiori o minori, le cavolaie sono le farfalle diurne più comuni e non passano certo inosservate così bianche, luminose sul fondo verde della vegetazione.
In questi giorni ne vedo spesso per il giardino: sono attratte soprattutto dalle spighe violette della lavanda e dai fiori a rosellina delle more selvatiche. Mi passano accanto rapide, come chi va di fretta per non arrivare tardi a un appuntamento; sicure del fatto loro, volano per lo più in senso orizzontale, zigzagando.
Questo quando sono sole, perché quando incontrano un loro simile, un possibile partner, allora il movimento cambia: da orizzontale si fa verticale e le due farfalle, come una coppia di affiatati ballerini, volteggiando e inseguendosi l’un l’altra paiono salire su per i gradini di invisibili scale elicoidali.
Osservo la cavolaia sul vetro della finestra. Per quanto si arresti solo per qualche secondo e poi subito riprenda ad agitarsi nel tentativo di trovare un varco, quasi di passare attraverso il vetro, noto che quando è a riposo, vale a dire con le ali chiuse una contro l’altra in posizione verticale rispetto al corpo, questa farfalla ha sì del bianco e i caratteristici puntolini neri delle cavolaie, però il colore predominante, sul rovescio delle ali posteriori (e anche sul rovescio apicale delle ali anteriori), è giallo pastello, anzi, direi giallo-crema-chantilly. Leggo che esiste un certo dimorfismo sessuale tra le cavolaie: la femmina presenta due macchie nere sulle ali anteriori, il maschio solo una o nessuna. Forse si tratta di una femmina ma, non essendo riuscita ad osservarla con le ali aperte, non sono sicura. Comunque sia, la lascio tranquilla: così come è entrata, sono certa che ritroverà la strada per tornare in giardino.
… … …
Mi sbagliavo: né ieri sera né questa mattina ce l’ha fatta a uscire dalla veranda ed è ancora lì ad agitarsi, a svolazzare frenetica contro il vetro della finestra.
Non può continuare così, sarà esausta a quest’ora, non voglio che muoia, devo aiutarla.
Grandi e pesanti, un po’ gonfie, un po’ doloranti, un po’ deformate dagli anni, le mie mani ripetono il gesto antico di quando erano piccole e nuove: con precauzione si chiudono intorno alla farfalla e la trasportano per un breve tragitto.
Dalla balconata, dietro al cedro, le mani si riaprono. La prigioniera esita stanca, un poco stordita, poi spicca il volo, anch’esso dapprima esitante, di prova – come se la poverina non sapesse più dell’aria aperta e del vasto spazio. Per fortuna tutto, d’istinto, subito le ritorna e, volando, la farfalla riacquista sicurezza.
Io la seguo con lo sguardo, seguo il bianco delle ali, lei fa prima rotta a sinistra, poi piega verso destra, si arresta su una pianta, compie una giravolta, avanza ancora verso destra, è incerta, io la seguo ancora con lo sguardo, lei si arresta su un’altra pianta poi vola più lontano, io seguo ancora il bianco delle ali, lei vola ancora più lontano, si tuffa nel verde: forse adesso è sui fiori bianchi dei rovi. Forse. Il bianco delle ali, nel verde, lontano.
