Le due e quarantasette. Ancora due ore di luce. Qui in cucina ho messo a posto e adesso ho voglia di sedermi accanto alla porta-finestra per leggere un po’: il libro di Emily mi aspetta. No, prima devo andare a buttare l’organico nella compostiera. Vado e torno.
Infilo il vecchio cardigan di lana maschile con l’interno trapuntato (del babbo di M.?) sul maglione morbido grigio polvere di mio padre; la zip del cardigan la tiro su tutta fin sotto il mento, ai piedi metto le scarpe di gomma verde oliva e in mano tengo la vaschetta di plastica piena di bucce, torsoli, gambi, foglie vizze d’insalata, pallotte untuose di scottex nonché, in cima, un cartone vuoto delle uova e un rotolo, anch’esso vuoto, di carta igienica.
Avanzo cauta sulla passerella di legno che con questa umidità – almeno al 96% – si fa scivolosissima. Meglio camminare tenendo i piedi a papera per avere maggior presa, come mi disse anni fa M., quella volta che si procedeva lungo un sentiero pietroso e scosceso per andare a vedere una cascata.
Ora non piove. E non c’è un alito di vento. La nebbia stagna sopra gli alberi, il gelo morde la carne. Sui passi giapponesi che conducono alla compostiera, i passi giapponesi li sento sì sotto il piede, ma non li vedo proprio, tanto sono ricoperti da questo lustro, marezzato e viscido tappeto di foglie. Anche qua bisogna che prima o poi mi decida a passare il rastrello.
Con il forconcino smuovo un po’ il compost per aerarlo, sporgendomi leggermente sulla compostiera. Tra il terriccio, le bucce di cipolla e la vedura marcescente, scorgo lo svoltolarsi lento, sincopato di qualche vermetto rosa.
– Bene. Bene che ci siete: lavorate e state al caldo. Mi scuso per avervi disturbati, spero di non aver infilzato e spappolato nessuno!
Ritorno verso casa. Non piove e mi dico che non fa poi tanto freddo e che quest’aria frizzantina in fondo è gradevole: come tanti aghetti che mi punzecchiano. Sono viva, sì, sono viva.
Ancora due ore di luce e se resto qua fuori è comunque più “giorno” che in casa. Ma sì, vado a prendere il rastrello nella rimessa. Riempirò queste due ore di foglie morte: ce ne sono ancora tante sul prato e meglio toglierle per far respirare l’erba, per fare più ordinato.
