foto e scritti personali

       

Settembrini (Aster symphyotricum)

Settembre e i settembrini. I settembrini che colorano anche ottobre. Alcuni sono rosa pastello, rosa confetto; altri, i più, non proprio rosa ma nemmeno azzurri: boccioli fucsia che si schiudono in corolle ligulate lilla, viola grigio perlaceo, gridellino. E al centro di ogni vaporoso tutù, un piccolo sole giallo che poi evolve in tramonto arancio, un occhio stupito, un cuore semplice irresistibilmente bramato, carezzato, aspirato, bottinato da un continuo flusso ronzante di api, sìrfidi, bombi e farfalle.

I primi settembrini vennero per conto loro, sul lembo di giardino davanti alla casa in cui abitavamo prima. Sconosciuti visitatori dall’aria schietta e dal portamento elegante, si tenevano impettiti in gruppetti familiari tra la ghiaia di porfido sparsa ai due lati del breve sentierino di lastre cementizie vecchie e sconnesse che, dal cancelletto in metallo arricciolato, guidava alla porta d’ingresso. Erano arrivati inaspettati e un po’ alla rinfusa ma puntuali e tutti con le braccia colme di doni: mazzi e mazzi di fiorellini contenti di farsi vedere e starsene là fuori, uno accanto all’altro, tranquilli in uno spicchio di luce, in un soffio d’aria fresca.

Dal davanti della casa, qualche settembrino poi osò spingersi anche sul retro, nel giardino vero e proprio e qualcun altro di sicuro ce lo portai io, tenendolo in palma di mano, deponendolo con ogni precauzione nel luogo prescelto, sistemandolo nel migliore dei modi per farlo star comodo, perché si sentisse a casa sua.
Gli astri – dei symphyotrichum novi-belgii probabilmente – si trovarono bene in quel giardino, così decisero di rimanere, si propagarono e ogni anno rispuntarono da terra: due prime foglie lanceolate verde scuro che salgono, poi altre due, poi ancora due, poi infinite altre. Tutto un crescere di fusti sottili, fitte foreste domestiche densamente ramificate, terminanti, a fine estate, in una moltitudine di tondi, gonfi minuscoli capolini pronti, quando le mattine si fanno sempre più fresche e rugiadose, quando le prime foglie di betulla, come monete d’oro, cominciano a disseminarsi sul prato, ad aprirsi e a infiorare per più settimane il giardino come piccole, sparse nuvole violacee sospese raso terra, a portata di mano.

Al momento del trasloco, naturalmente non li abbandonai: armeggiandogli intorno con la vanga, i loro rizomi, dalle radici abbastanza corte, non opposero resistenza e, muti, si lasciarono prendere e portar via in un pane di terra. Di natura accomodante, docili e senza grandi pretese, nel giro di un anno attecchirono anche nel nuovo giardino. Il trapianto non era stato poi davvero traumatico, la vita poteva continuare anche in quell’altrove.

Forse i settembrini mi sono cari perché ci sono e basta, perché fioriscono così abbondanti e belli senza che io me ne debba occupare, perché il loro colore ha un che di rasserenante e prezioso, perché dal via vai di insetti che ronzano incessantemente intorno a ogni capolino, è certo che queste margheritine lilla forniscono loro quantità di pasti squisiti.

Con la pioggia i fiori diventano pesanti e allora i bei cespi ametista, separandosi gli uni dagli altri, incominciano a piegarsi. Chi di qua, chi di là pendono sempre di più, si allettano, rimangono prostrati a terra.
«Forse avrei dovuto potarli, praticare il Chelsea chop in primavera: se lo avessi fatto, ora sarebbero più bassi e compatti, resisterebbero meglio alle intemperie», mi dico guardandoli da dietro il vetro della cucina e mi sento un po’ in colpa. Ma appena posso, quando la pioggia è passata e che il sole brilla di nuovo, esco di casa e li vado a risollevare.

– Su, su, non vi lasciate abbattere! Forza, tiratevi su che la fioritura è appena iniziata, che siete ancora belli! Dai, in piedi altrimenti chiocciole, lumache e limacce vi divoreranno! –, dicono loro le mani mentre con delicatezza scuotono i gambi per farli tornare leggeri; mentre sollecite li rimettono in posizione verticale, accostandoli gli uni agli altri perché, riuniti, si sostengano a vicenda.