C’è un momento in cui la luce del lampione, laggiù nella strada, e gli ultimi bagliori giallognoli del sole, declinante all’orizzonte, s’incontrano.
Un momento, voglio dire, in cui la tonalità è la stessa. Almeno, così mi sembra.
Alle cinque e dieci di questo pomeriggio di dicembre fa già buio, a malapena vedo ancora dove ho messo il rastrello per le foglie. Carico tutti i miei attrezzi nella carriola; i guanti sono bagnati e le mani, strette intorno alle impugnature per spingerla verso casa, incominciano a intorpidirsi dal freddo.
«È tempo di rientrare, qualcosa ho fatto, non molto, ma qualcosa ho fatto», mi dico.
Le mug, colme d’acqua per fare il tè, ruotano imperturbabili sul piatto trasparente del microonde; la nera, vintage zuccheriera ottagonale di Arcopal e le bustine color crema dell’Earl Grey Tea attendono tranquille sul piano lucido della cucina. Mentre aspetto che il contaminuti suoni per recuperare dal forno le tazze bollenti e fumanti, sto in piedi davanti alla finestra, lo sguardo teso verso gli ultimi colori del giorno: una striscia luminosa di arancio pallido e di giallo inframmezzata da un tratto di blu polveroso – di sicuro una nuvola – anche lei allungata e tirata. Davanti, le sagome degli alberi, nere come ombre cinesi e il dilagare, da oriente delle tenebre, una boccetta d’inchiostro rovesciata.
La luce del lampione in cima al suo obelisco di calcestruzzo cattura il mio sguardo. Da quanto tempo sarà accesa? Mezz’ora? Forse di meno, non saprei dire.
Il sole se ne va e quella lucetta fissa a mezz’aria è lì ogni sera, pronta a dargli il cambio – per quel che può – in quel punto preciso della strada. Ogni sera puntuale. Ligia e fiera. Inamovibile. Rassicurante.
Ormai c’è solo più lei, là fuori. Guardala: sgranata come un occhietto che veglia. L’occhio di un gufo. L’occhio di Atena.
–Tutta la notte?
–No, fino a mezzanotte. Poi, buio completo: anche il lampione si spegne, anche la sua palpebra cede al sonno.
