Seduta al tavolo da picnic. Sono quasi le undici e comincia a far caldo. Messo e tolto il cappello perché provo un leggero cerchio alla testa. Questo cappello stile Tom Sawyer sembra di paglia ma è di carta – sta scritto così, in sei lingue diverse, sull’etichetta cucita nella fascia antisudore: 100% paper-papier-papel-papier-carta-hârtie. Hârtie? Sì, hârtie. Vuol dire carta in rumeno.
Scampanio festoso. Non so se proviene dalla chiesa del paese o da quella della comunità tradizionalista che si trova molto più vicino, a Maleizen. Ieri era Ferragosto: ecco perché mi pareva fosse domenica. Oggi è domenica davvero e forse in chiesa la celebrano oggi l’Assunzione. Questo spiegherebbe i rintocchi ripetuti e prolungati. Alle dieci e cinquantacinque parte l’ennesimo scampanio. Il terzo. – Affrettatevi! Affrettatevi!
In un angolo del tavolo da picnic, il sole adesso inizia a filtrare attraverso il fogliame che ricopre la pergola: le foglie ancora verdi del glicine stanno lottando per resistere alla calura e alla siccità di quest’estate di fuoco e di cenere. Per terra, tutto intorno, arrotolate come cannolicchi, giacciono invece le foglie secche, ma secche! e tante, tantissime, che la povera pianta, con queste condizioni climatiche estreme, ha dovuto sacrificare.
Rimetto il cappello che sembra di paglia, ma che in realtà è di carta. «Comunque, mi dico, entrambi i materiali sono di origine vegetale e contengono fibre di cellulosa».
Brezza lieve, lievissima. Il caldo, in agguato, riverbera dalla terra indurita, dall’erba ingiallita e stopposa, dalle numerose piante agoniche.
Solo farfalle bianche quest’estate. Solo cavolaie, niente vanesse occhio di pavone o vulcano. Battiti d’ali concitati che arrivano e se ne vanno, che mi passano accanto, svolazzando come pezzettini di carta non scritta.
