foto e scritti personali

       

Giugno 2026

  • Aquilegia vulgaris

    Aquilegia vulgaris

    I lunghi steli delle aquilegie cominciano a sfiorire: se li tocco gli ultimi petali cadono e sulla sommità rimangono solo i carpelli dalla base bombata e dal collo sottile sottile: piccoli misteriosi ricettacoli dove si stanno formando i semi pronti a disperdersi quando le capsule ormai secche, aprendosi, li lasceranno cadere.

    L’ Aquilegia vulgaris è un fiore che appartiene alla flora europea, un fiore antico e molto bello, spesso raffigurato nelle  cornici dei codici miniati e nelle rappresentazioni medievali dell’hortus conclusus. Fiore associato alla Madonna (blu?) e alla Passione di Cristo (rosso?), due delle sue suggestive denominazioni vernacolari in italiano sono «Amor nascosto» e «Amor perfetto».

    Nel mese di maggio, quando la stagione dei tulipani è ormai finita e l’azzurro dei myosotis comincia a correre verso l’azzurro del cielo, le corolle pendule di tanti colori diversi dell’aquilegia: bianche, rosa, fucsia, rosse, blu, viola, nere – nere? uhm… diciamo viola scurissimo, quasi nero –, fanno capolino tra le altre piante. Discrete, graziose, leggere, leggiadre. Ovunque vogliano spuntare, per me sono sempre le benvenute, ogni cespo fiorito un po’ diverso l’uno dall’altro.

    – Siamo qua, siamo tornate, Paola. Come ogni anno. Prima ce ne stavamo coi piedi ben ancorati nell’altro giardino, là dove ci hai scoperte, dove hai iniziato ad amarci.
    – Sì, e poi quando abbiamo traslocato vi ho portate via con me e vi ho messe a dimora qui. Perché mi eravate care e non vi volevo perdere.
    – E noi che siamo rustiche e di poche pretese, ci siamo acclimatate facilmente anche in quest’altro giardino.
    – Già, è vero. Quelle più grosse e bicolori comprate nei centri di giardinaggio invece non hanno mai resistito molto: una, due stagioni, poi zitte zitte sono scomparse, senza lasciare dietro di sé nemmeno un discendente.

    In francese il nome comune dell’aquilegia è ancolie che rima con mélancolie e folie. Le fou, il matto: i suoi fiori ricordano il cappello con le punte ricadenti del giullare.

    Aquilegia dal latino aqua e legere «raccogliere» sta scritto nel dizionario: forse per le foglie, la cui forma, tre elementi ognuno suddiviso a sua volta in tre ventaglietti, le predispone a raccogliere l’acqua; oppure aquilegia da «aquila» per i sepali che ricordano gli artigli dell’aquila o per i petali, dagli speroni ritorti come il suo becco. È in fondo a questi speroni, a queste lunghe e strette cavità che si trova il nettare.

    Columbine, colombina: in inglese si chiama così questa erbacea perenne. Se artigli o rostri d’aquila ho qualche difficoltà a scorgerli, il crocchio di colombelle in cima al fiore appena dischiuso mi sembra invece ben riconoscibile: eccole là le colombelle, tutte riunite in cerchio, occupate a chiacchierare del più o del meno, forse a spettegolare fra di loro.

    Calice e corolla dell’aquilegia inizialmente sono rivolti verso il basso. Un’umile, pensosa damigella con un nido di uccellini sul capo.

    I giorni passano e la bella, che nel frattempo è stata fecondata dagli insetti ignari andati a cercare lo zuccherino del nettare nelle profondità della corolla, impercettibilmente comincia ad alzare la testolina: ora guarda dritto davanti a sé, mostra al mondo la forma perfetta dei cinque sepali spiegati a stella e quella più complessa e segreta dei cinque petali, semplici o doppi, arrotondati e concavi. Le colombelle, che seguono il movimento, tutte messe di traverso paiono pencolare. 

    Ancora qualche giorno e il fiore adesso volge completamente il capo verso l’alto, a scrutare il cielo. Sepali e petali piano piano cadono, le colombelle lasciano il nido e si disperdono in un frullo d’ali. In cima ai forti steli rimangono i carpelli verdi e carnosi che ondeggiano al vento, che crescono, ingrossano, maturano, scolorano, si prosciugano, scoppiano e liberano il loro tesoro di semini neri.