foto e scritti personali

       

Dicembre 2024

  • Le due e quarantasette

    Le due e quarantasette

    Le due e quarantasette. Ancora due ore di luce. Qui in cucina ho messo a posto e adesso ho voglia di sedermi accanto alla porta-finestra per leggere un po’: il libro di Emily mi aspetta. No, prima devo andare a buttare l’organico nella compostiera. Vado e torno. 

    Infilo il vecchio cardigan di lana maschile con l’interno trapuntato (del babbo di M.?) sul maglione morbido grigio polvere di mio padre; la zip del cardigan la tiro su tutta fin sotto il mento, ai piedi metto le scarpe di gomma verde oliva e in mano tengo la vaschetta di plastica piena di bucce, torsoli, gambi, foglie vizze d’insalata, pallotte untuose di scottex nonché, in cima, un cartone vuoto delle uova e un rotolo, anch’esso vuoto, di carta igienica.

    Avanzo cauta sulla passerella di legno che con questa umidità – almeno al 96% – si fa scivolosissima. Meglio camminare tenendo i piedi a papera per avere maggior presa, come mi disse anni fa M., quella volta che si procedeva lungo un sentiero pietroso e scosceso per andare a vedere una cascata.

    Ora non piove. E non c’è un alito di vento. La nebbia stagna sopra gli alberi, il gelo morde la carne. Sui passi giapponesi che conducono alla compostiera, i passi giapponesi li sento sì sotto il piede, ma non li vedo proprio, tanto sono ricoperti da questo lustro, marezzato e viscido tappeto di foglie. Anche qua bisogna che prima o poi mi decida a passare il rastrello.

    Con il forconcino smuovo un po’ il compost per aerarlo, sporgendomi leggermente sulla compostiera. Tra il terriccio, le bucce di cipolla e la vedura marcescente, scorgo lo svoltolarsi lento, sincopato di qualche vermetto rosa. 
    – Bene. Bene che ci siete: lavorate e state al caldo. Mi scuso per avervi disturbati, spero di non aver infilzato e spappolato nessuno!

    Ritorno verso casa. Non piove e mi dico che non fa poi tanto freddo e che quest’aria frizzantina in fondo è gradevole: come tanti aghetti che mi punzecchiano.  Sono viva, sì, sono viva. 
    Ancora due ore di luce e se resto qua fuori è comunque più “giorno” che in casa. Ma sì, vado a prendere il rastrello nella rimessa. Riempirò queste due ore di foglie morte: ce ne sono ancora tante sul prato e meglio toglierle per far respirare l’erba, per fare più ordinato.

  • C’è un momento in cui la luce del lampione

    C’è un momento in cui la luce del lampione

    C’è un momento in cui la luce del lampione, laggiù nella strada, e gli ultimi bagliori giallognoli del sole, declinante all’orizzonte, s’incontrano.
    Un momento, voglio dire, in cui la tonalità è la stessa. Almeno, così mi sembra.

    Alle cinque e dieci di questo pomeriggio di dicembre fa già buio, a malapena vedo ancora dove ho messo il rastrello per le foglie. Carico tutti i miei attrezzi nella carriola; i guanti sono bagnati e le mani, strette intorno alle impugnature per spingerla verso casa, incominciano a intorpidirsi dal freddo.
    «È tempo di rientrare, qualcosa ho fatto, non molto, ma qualcosa ho fatto», mi dico.

    Le mug, colme d’acqua per fare il tè, ruotano imperturbabili sul piatto trasparente del microonde; la nera, vintage zuccheriera ottagonale di Arcopal e le bustine color crema dell’Earl Grey Tea attendono tranquille sul piano lucido della cucina. Mentre aspetto che il contaminuti suoni per recuperare dal forno le tazze bollenti e fumanti, sto in piedi davanti alla finestra, lo sguardo teso verso gli ultimi colori del giorno: una striscia luminosa di arancio pallido e di giallo inframmezzata da un tratto di blu polveroso – di sicuro una nuvola – anche lei allungata e tirata. Davanti, le sagome degli alberi, nere come ombre cinesi e il dilagare, da oriente delle tenebre, una boccetta d’inchiostro rovesciata.

    La luce del lampione in cima al suo obelisco di calcestruzzo cattura il mio sguardo. Da quanto tempo sarà accesa? Mezz’ora? Forse di meno, non saprei dire.
    Il sole se ne va e quella lucetta fissa a mezz’aria è lì ogni sera, pronta a dargli il cambio – per quel che può – in quel punto preciso della strada. Ogni sera puntuale. Ligia e fiera. Inamovibile. Rassicurante.

    Ormai c’è solo più lei, là fuori. Guardala: sgranata come un occhietto che veglia. L’occhio di un gufo. L’occhio di Atena. 
    –Tutta la notte? 
    –No, fino a mezzanotte. Poi, buio completo: anche il lampione si spegne, anche la sua palpebra cede al sonno.